Sono conosciute come le ‘campane di Figline’.Prodotto dalla famiglia Greco. Adornano il collo di vacche, capre e pecore lungo tutto il tragitto che, mandrie e greggi, percorrono durante il periodo di pascolo e transumanza. Il ‘campanaccio’ da pascolo è uno
Sono conosciute come le ‘campane di Figline’.Prodotto dalla famiglia Greco. Adornano il collo di vacche, capre e pecore lungo tutto il tragitto che, mandrie e greggi, percorrono durante il periodo di pascolo e transumanza. Il ‘campanaccio’ da pascolo è uno dei classici strumenti e attrezzi dell’antica tradizione pastorale calabrese.
Nonché ricchezza per molte famiglie (che li tramandano da generazione in generazione ai soli figli maschi): manifatturiera, quasi del tutto scomparsa, culturale (dietro ogni campana, suono esistono mille simbologie) e artigianale. La famiglia Greco, nel forgiare il metallo usato, rende le sue campane da pascolo uniche ed inimitabili per suono e fattura. Con un piccolo segreto, che non svelerebbero per nessuna ragione al mondo, tramandato da padre in figlio, e che gli è valso un primo premio in Trentino Alto Adige.
Da tre generazioni la famiglia del signor Rocco Greco è l’unica nell’intera regione che porta avanti questa speciale artigianalità, fabbricando i famosi campanacci di Figline Vegliaturo (piccolo comune della Presila cosentina che prende il nome dalla ‘veglia’ notturna nel quartiere in cui lavoravano i fabbri), lavorando uno ad uno e a mano, con il solo uso di martello e incudine, ogni campanaccio. Il figlio Gaetano, 32 anni, ha deciso di seguire le orme di famiglia tracciate dal suo bisnonno Goffredo nella metà dell’Ottocento (quando in Calabria erano appena una decina gli artigiani del settore) passo passo, come precedentemente fatto dagli zii e oggi dal padre, senza cambiare di una virgola la lavorazione a caldo di questi strumenti. Perché tutte le fasi della forgiatura - dalla scelta alla piegatura della lamiera, alla chiusura realizzata rigorosamente con rivetti e non saldata, fino alla cottura nell’altoforno – sono importanti e incidono sul risultato finale, quello più importante: il suono.
“La mia famiglia costruisce questi campanacci da tre generazioni. Esattamente dalla metà del 1800. Il nostro è un prodotto unico in tutta la Calabria, come fuori regione, per qualità. Siamo i soli - con questa metodologia a caldo e completamente artigianale - a fare in tutto il mondo questo tipo di campanacci destinati agli animali da pascolo, alle mandrie e alle greggi. Tanto da ricevere richieste da molte parti d’Italia, pur essendoci altri produttori”, sottolinea il giovane Gaetano.
“Ogni campanaccio – aggiunge - viene costruito, uno ad uno, a mano, artigianalmente come un tempo. Gli strumenti che usiamo nella prima fase – prima di cuocerli nell’altoforno con un composto di argilla e creta che noi definiamo ‘pacco’ - sono il martello e l’incudine. Per un campanaccio di media grandezza ci vogliono quasi tre giorni di lavoro. Io e mio padre seguiamo la tecnica messa in pratica più di un secolo fa dal mio bisnonno Goffredo, e che a tutt’oggi permette, grazie anche ad un piccolo ma fondamentale ‘ingrediente segreto’, di rendere il suo suono perfetto e inconfondibile”.
Di campanacci ne esistono diversi modelli (‘leccisi’ sono di forma più tondeggiante che si differenziano, dalle altre, per il suono) e altrettante grandezze e pesi destinati a diverse fasi del pascolo (chiamate ‘campane di iettu’) e o della transumanza (le cosiddette ‘stirpare’); come differente è anche l’animale al quale è destinato il campanaccio. Che si tratti di uno di piccole dimensioni, ad esempio pecore o capre, rispetto ad una mucca o un toro, per ognuno c’è un campanaccio di Figline costruito ad hoc. Si va da un peso minimo di 200/250 grammi, per quelli più piccoli, fino ad arrivare ad oltre 7 chili di peso per quelli più grandi, che una volta terminati verranno appesi dalla ‘manica’ al collare in legno – anche questo fatto manualmente da artigiani, e segno di distinzione rispetto al collare in cuoio usato in altre parti d’Italia – che porterà al collo l’animale al pascolo.
Come spiega Greco, il quale mette in evidenza anche la capacità da parte di suo padre di rendere il suono – la componente più importante di ogni campanaccio dato dal tintinnio prodotto dal perno interno (in dialetto ‘vettaglio’) -
unico e differente, anche a seconda del sesso e della razza dell’animale, della richiesta del mandriano, dell’uso al quale è destinato e di altri fattori che, tutti insieme, aiuta lo stesso animale a non perdersi nella folta vegetazione durante ogni spostamento, o confondersi in altri bestiami.
“Mio padre è l’unico che ha orecchio per accordare il suono dei singoli campanacci. In famiglia lo chiamiamo il ‘maestro accordatore’ per via della sua particolare dote che gli consente di trovare la giusta impronta sonora ad ogni campana attraverso una finale, complessa e attenta martellatura effettuata in precisi punti dello strumento. Così – racconta il giovane Greco - tramite il suono dei campanacci il pastore riesce a mantenere il controllo del gregge anche a notevole distanza, specialmente nel fitto della vegetazione montana, e all’animale di non smarrirsi”.
La maggior parte delle richieste di campanacci in Calabria, arriva dalle zone montane del catanzarese e del crotonese, in cui espongono i propri manufatti nelle varie fiere stagionali. Luoghi in cui ancora oggi resiste sia la tradizione pastorale – per quanto ci siano severe leggi alle quali attenersi - e sia quella dell’uso del campanaccio, per l’appunto. Particolarità, questa, riscontrabile solo in poche zone d’Italia, nonostante la stessa costruzione di questi strumenti sia completamente differente da quella operata dalla famiglia Greco. Negli anni il numero di campanacci è diminuito notevolmente e il giovane Gaetano teme di non riuscire a tramandare questa loro preziosa artigianalità e antica tradizione pastorale (a cui l’antropologa Antonello Ricci ha dedicato due capitoli nel suo libro‘Ascoltare il mondo. Antropologia dei suoni in un paese del sud Italia’), proprio per il cambio generazionale che per queste attività dimostra poco interesse. Troppa fatica e poco remunerative e poi sono diminuite anche le occasioni per esporle, come un tempo si faceva nelle fiere e nelle manifestazioni campestri. Riprende Gaetano: “Le fiere a cui partecipiamo per esposizione e vendita sono le stesse da molti anni, benché siano diminuite.
Sono occasione per incontrare tanti amici e clienti affezionati. Le più note, la fiera della Runza (una delle più antiche e datate d’Italia) nel secondo lunedì di giugno a Campana; la fiera sul lago di Cecita il 31 luglio, la fiera di San Giovanni in Fiore il 26 agosto, la fiera di Belvedere Spinello il 25 aprile. Una volta c'era la fantastica fiera di Catanzaro Lido il 13 giugno, molto importante per il settore della pastorizia, poi si è persa, un vero peccato. In un anno - precisa Gaetano Greco - riusciamo a fabbricare tra i 500 e i 600 pezzi al massimo. Per quanto ci siano ancora richieste, è difficile che questa nostra bella e antica attività possa sopravvivere. Manca interesse da parte dei giovani, ma non esiste neanche interesse da parte della nostra politica a mettere in risalto quello che di buono ha la nostra Calabria in fatto di mestieri antichi e artigianato. Se solo qualcuno provasse ad interessarsi veramente a questo settore, istituendo magari una scuola ad hoc, tante antiche tradizioni e molti degli antichi mestieri non andrebbero persi. E tanti giovani con tante buone idee, con la voglia di rinnovarsi dando magari uno sguardo al passato, troverebbero nuovi percorsi professionali. Con mio padre saremmo disposti anche a mettere a disposizione la nostra esperienza, se solo ci venisse richiesto, ma ad oggi nessuno ha dimostrato di voler riscoprire il nostro antico mestiere che poi è la nostra passione”.

