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Martedì, 30 Novembre 2021

Tra Johannesburge Kyoto l’idea di sviluppo sostenibile

Il concetto di sostenibilità ambientale, di chiara e radicata  matrice comunitaria (la definizione si deve, infatti, alla Commissione mondiale per lo sviluppo e l’ambiente, istituita nel 1983 dall’Onu) trova le sue radici ideologiche più profonde nella necessità di assicurare la Il concetto di sostenibilità ambientale, di chiara e radicata  matrice comunitaria (la definizione si deve, infatti, alla Commissione mondiale per lo sviluppo e l’ambiente, istituita nel 1983 dall’Onu) trova le sue radici ideologiche più profonde nella necessità di assicurare la possibilità di progresso ed evoluzione nel presente, senza compromettere l’analoga possibilità delle generazioni future, attraverso la lungimirante ed equilibrata adozione di strategie e piani di sviluppo economici, sociali ed anche e soprattutto ambientali.
L'obiettivo ambizioso è di riuscire a mantenere uno sviluppo economico compatibile con l'equità sociale e gli ecosistemi, riuscendo a far si che non solo il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non arrivi ad essere superiore al loro tasso di rigenerazione e che l’emissione di sostanze inquinanti nell’ambiente non superi la capacità di assorbimento naturale dell’ambiente stesso, ma anche e soprattutto che lo stock di risorse non rinnovabili resti comunque costante ed inalterato nel tempo.
Oggetto di copiosa legislazione comunitaria, lo “sviluppo sostenibile” costituisce anche uno dei parametri utilizzati dalla Commissione Europea al fine di valutare, attraverso tutta una serie complessa di indicatori, la concreta attuazione degli obiettivi fissati dal Consiglio Europeo di Goteborg del giugno 2001 o di Barcellona del 2002, da parte degli Stati membri.
Parametri corrispondenti in ogni caso, agli impegni assunti dall’Unione Europea in seno al vertice mondiale di Johannesburg del 2002 sullo sviluppo sostenibile, oltre che tematica prioritaria della Conferenza Internazionale sui cambiamenti climatici di Kyoto del 1997.
Anche la legislazione nazionale, in una chiara ottica di sussidiarietà, fissa alcune macroazioni che dovrebbero necessariamente trovare in una rete di microazioni regionali la loro compiuta realizzazione, per una reale rispondenza, seppur minima, con i più significativi ed ambiziosi target di riferimento elaborati  dal VI Piano di Azione Ambientale Comunitario.
Per queste ragioni, la Strategia d’Azione Ambientale CE, introduce le linee guida che indirizzano, articolate in nove punti che trattano, altrettante modalità prioritarie di attuazione della strategia stessa.
Quattro,  le macroaree prioritarie tematiche interessate:

• Cambiamenti climatici e Protezione della fascia dell’ozono.

• Protezione e valorizzazione sostenibile della Natura e della Biodiversità.

• Qualità dell’Ambiente e qualità della vita negli ambienti urbani e nel territorio.

• Gestione sostenibile delle risorse naturali, modelli di produzione e consumo e cicli dei rifiuti.

In relazione a quest’ultima - di scottante quanto delicata attualità soprattutto per le vicende che hanno visto la nostra regione tutta,  ed in particolare la Città di Reggio, tristemente interessata dalla tematica emergenza rifiuti -  un’analisi lucida di evidente insostenibilità che caratterizza il nostro modello locale di sviluppo, consentirebbe, forse, attraverso tutta una serie di azioni combinate tanto politiche e di investimento,  quanto sociologico- culturali,  di invertire, nel medio-  lungo periodo, le tendenze più critiche e rilevanti.
Il Dipartimento delle politiche dell’Ambiente della Regione Calabria il 28 gennaio di quest’anno  ha dato vita ad un atto  contenente  “Linee guida per la rimodulazione del piano regionale di gestione dei rifiuti della Regione Calabria”, in aggiornamento al “Piano regionale dei rifiuti” del 2007 ed  in esecuzione della Direttiva CE 98/2008.L’importante documento, oltre ad evidenziare attraverso un’analisi lucida ed obiettiva le criticità  connaturate ai sistemi attuali di gestione delle risorse disponibili,  ed auspicare  attraverso una serie concreta di interventi affidati alle amministrazioni locali, fissa, in un’ottica di priorità gerarchica nelle operazioni di gestioni di rifiuti, gli obiettivi  programmatici da raggiungere entro il 2020.
Obiettivi che, non avendo carattere di esaustività, ma mera funzione programmatica  di orientamento, dovranno necessariamente tenere conto della diversificazione delle aree geografiche interessate (a vocazione industriale, commerciale, aventi comune matrice tecnologica, organizzativa e culturale) e, in generale, delle aree con problematiche ambientali similari.
Fra questi, preminente il ricorso al recupero, riciclaggio e trasformazione degli scarti e dei rifiuti stessi.
Anche la gestione sostenibile delle risorse naturali costituisce un obiettivo: evitarne l’eccessivo sfruttamento, riconoscere il valore dei servizi eco- sistemici frenando la riduzione delle biodiversità certo, ma anche l’incentivazione di fonti di produzione di energie alternative diverse rispetto all’eolico o al solare quali, ad esempio, la valorizzazione energetica dei rifiuti da biomasse, potrebbe rappresentare la o una delle strategie vincenti.
Il tema della valorizzazione energetica dei rifiuti, costituisce infatti,  perno cruciale attorno a cui si snoda il concetto di sostenibilità ambientale locale.
Trasferire, sulla scorta dell’esempio virtuoso fornito da molte nazioni europee, l’approccio culturale e scientifico, ancor prima che teorico- pratico, sull’idea del rifiuto come risorsa da sfruttare, piuttosto che come problematica impellente da risolvere, potrebbe costituire il vero e significativo salto di qualità  culturale  che oggi la nostra  società è chiamata a compiere.
Esistono  attualmente in Calabria due  centrali innovative, nate entrambe dalla scissione di Biomasse Italia  S.p.A. nel 2011 :   Biomasse Crotone S.p.A. ( la cui produzione è già cominciata nel 2001) e Biomasse Strongoli (operativa già dal 2003).
Le due centrali  rappresentano alcune fra  le più grandi realtà europee nel settore della produzione di energia elettrica  da fonti energetiche rinnovabili e, nello specifico, principalmente da biomasse.
Si definisce “biomassa” ogni residuo  proveniente  da coltivazione agricola o forestazione, qualsiasi scarto dell’industria della lavorazione del legno e della carta, nonché ogni  prodotto organico derivante dall’attività biologica degli animali e dell’uomo destinato a fini energetici, attraversotrasformazione derivante da  processi biochimici o termochimici.
La biomassa rappresenta per questo, la forma più sofisticata di accumulo dell’energia solare.
L’attuale struttura produttiva delle due centrali ha una produzione annua di circa 600 GWh,  per un fatturato complessivo di circa 100 milioni di euro l’anno, con capacità di immissione complessiva di energia nella rete nazionale pari a 73 Megawatt.
In termini di sostenibilità ambientale, la biomassa rappresenta, di fatto, una vera e propria sorgente rinnovabile, neutra rispetto alle emissioni di anidride carbonica, in quanto la quantità di anidride carbonica  emessa durante la sua combustione è pari a quella assorbita nel corso della vita vegetativa della pianta attraverso il  naturale processo di fotosintesi,  nonché   via economicamente più efficiente per ridurre le emissioni climateranti, rispetto sia  all’ eolico che al  fotovoltaico.
Ma la sostenibilità ambientale dell’uso energetico di biomassa non è limitata ai  bilanci in termini di energia o di emissioni. Infatti, la decisione di arrivare a produrre biomassa determinerebbe  innanzitutto dei cambiamenti nell’allocazione della terra e nelle pratiche agricole utilizzate.
Tutto ciò porterebbe nel medio- lungo periodo,  non solo importanti conquiste in termini di miglioramento della qualità dell’aria e conseguentemente della salute, ma tutto ciò si tradurrebbe  in preziosi   benefici socio - economici   con un sensibile sviluppo dell’indice occupazionale in aree, come quelle della nostra regione, decisamente   utilizzabili  e naturalmente votate,  all’uso sostenibile delle risorse naturali.
L’utilizzo della biomassa come fonte rinnovabile  potrebbe , in una prospettiva differente, anche ridurre la dipendenza energetica dai produttori extraeuropei. La riconversione del settore agricolo, oltre a risollevare le sorti di un comparto depresso, potrebbe dare un  nuovo stimolo alle economie rurali collegate.
Il recupero dei sottoprodotti dei residui organici per la produzione di energia potrebbe rappresentare  un’ulteriore fonte di reddito o quantomeno di risparmio in termini di costi di depurazione e smaltimento evitati. Tutto il sistema di produzione della bioenergia,  partendo dalle filiere di produzione agli impianti di trattamento e conversione, andrebbe quindi a formare un settore economico in espansione, contribuendo anche alla creazione di nuovi posti di lavoro oltre che importanti  opportunità di sviluppo.
La virtuosità dell’utilizzo di biomasse per produrre  energia,  emergerebbe  quindi  anche rispetto alla crescita  sostanziale delle microaree interessate.
Per quanto riguarda l’aspetto sociale, lo sviluppo del settore delle bioenergie e l’inversione dell’attuale tendenza all’abbandono delle campagne, apporterebbero un beneficio in tutte quelle zone marginali afflitte da un alto tasso di disoccupazione.
L’apertura del mercato dell’energia agli operatori agricoli permetterebbe, inoltre, di diversificare ed integrare le fonti di reddito delle loro attività, conferendo una maggiore stabilità economica alle aziende agricole che contribuiscono alla fornitura energetica.
Già negli ultimi anni, infatti, in tutti quei Paesi europei  nei quali si è assistito ad una crescita esponenziale di questo tipo di economie,  i dati registrati hanno insegnato che, con l’aumento della domanda di biomassa, il conseguente  rilancio delle aziende interessate   ha comportato la nascita di nuovi posti di lavoro, favorendo gli investimenti nelle tecnologie di recupero e, dunque, significativo ed importante rilancio delle economie locali.