Wednesday, 19 January 2022

Rifondare la democrazia per tenere a bada il mercato

Il lessico contemporaneo contempla un aggettivo, il cui abuso rischia di risuonare senza un preciso significato: globalizzazione. Che cos’è la globalizzazione? Come se ne coglie la reale complessità e come ci si misura con le sue sfide?
Ulrich Beck, uno dei più originali e acuti sociologi viventi, ha cercato di individuare nuovi terreni di riflessione. Prendendo in rassegna le principali teorie della globalizzazione, da quella “dell’economia mondo” di Wallerstein alla tesi della “mcdonaldizzazione” di Ritzer, Beck mette in luce gli errori di un globalismo semplicistico e di una “metafisica” tediante del mercato mondiale,rivendicandola necessità di una “politica della globalizzazione”in grado di rispondere alle emergenze sociali, culturali e ambientali non più gestibili a livello nazionale.

Il sociologo A.Marziale


I rischi che minacciano la società mondiale mobilitano nuove sinergie sociali e politiche, volte nel lungo periodo aduno sviluppo ragionato della condizione umana e alla nascita di una “seconda modernità”.
Nella critica di Beck alla globalizzazione: il globalismo riduce la nuova complessità della globalità alla sola dimensione economica, anche se il mondo in cui viviamo è molto lontano da un modello di libero mercato;la globalizzazione economica è spesso confusa con l’internazionalizzazione dell’economia;il globalismo trae il proprio potere dalla messa in scena della minaccia che il processo di globalizzazione realmente si realizzi;il globalismo neoliberale non si esprime in modo politico, ma segue le leggi del mercato mondiale; l’espressione “cultura globale” è fuorviante perchéridefinisce pericolosamente il sensoe l’identità delle culture locali;il globalismo neoliberale diffonde paure e paralizza l’azione politica dei governi.
Beck rimarca, inoltre, come il terrorismo e le guerre nel XXI secolo abbiano segnato l’era della globalizzazione.
Che cos’è dunque la globalizzazione? Secondo il sociologo tedesco si tratta della “evidente perdita di confini dell’agire quotidiano nelle diverse dimensioni dell’economia, dell’informazione, dell’ecologia, della tecnica, dei conflitti transculturali e della società civile, cioè, in fondo qualcosa di familiare e nello stesso tempo inconcepibile, difficile da afferrare, ma che trasforma radicalmente la vita quotidiana, con una forza ben percepibile, costringendo tutti ad adeguarsi, a trovare risposte”.
Un fenomeno che coinvolge la vita degli esseri umani [e non solo] nel suo complesso, per la cui comprensione non basta un’analisi di tipo solo economicistico [come quella di Wallerstein]. La globalizzazione è prima di tutto un fenomeno “culturale”, che non implica per forza di cose una omologazione, una “macdonaldizzazione” del mondo, come denunciatocon forte preoccupazione dai cultural studies. Si tratta di qualcosa di più complesso, contraddittorio e sfumato.
L’originalità del pensiero di Beck consiste proprio nel trattare un’indagine sulla società globalesenza tentare di ridurne la complessità: “lo sforzo di determinare questo concetto – scrive – è simile al tentativo di inchiodare un budino alla parete”. Da qui, la possibilità di tracciare un quadro esaustivo delle diverse sfumature, che caratterizzano questa “seconda modernità”. Beck pensa alla globalizzazione come ad un fenomeno dalle connotazioni conflittuali, la cui chiave interpretativa consistenell’inquadrare le contraddizioni ad esso implicite senza ridurle ad un tutto omogeneo e monolitico. La globalizzazione comporta una ri-localizzazione, che non significa un semplicistico ritorno alle tradizionibensì una sintesi efficace tra globale e locale, ben esemplificata dal tirolese “Wüsterl bianco Hawaii”. Si tratta, per dirla in breve, di una “glocalizzazione” [neologismo mutuato da Roland Robertson]: de-localizzione e ri-localizzazione, insieme.
La stessa composizione mobile di contrari s’incunea anche nella sfera della filosofia morale: l’universalismo degli imperativi deve farsi contestuale, deve saper cogliere i propri limiti, dati dal proprio tempo e dal proprio luogo. Soltanto una tale prospettiva può essere proposta quale critica di spessore“interculturale”.
Per un analogo principio, la risposta che la politica può dare al mondo globale [o “glocale”] è uno stato “transnazionale”, ossia un organismo androgino, dotato di “sovranità inclusiva”in grado di rappresentare l’incarnazione del principio “pensare globale, agire locale”. In taleprospettiva, lo stato transnazionale si configurerebbe come un superamento radicale del nazionalismo, pur non contemplandone l’eliminazione. Facendo leva sullo stato transnazionale [da Beck inteso come uno stato commercialeglobale], la politica dovrebbe saper organizzarsi a più livelli, tramite una rete di azioni capaci di imbrigliare tanto il particolare, quanto il generale. Una prospettiva che esclude la formazione di uno stato mondiale, così come di un governo mondiale unitario: la politica mondiale deveessere pensata come policentrica, come la coordinazione di una pluralità di stati transnazionali. Per Beck: “Globalizzazione significa anche: non-Stato mondiale. Meglio: società mondiale senza stato mondiale e senza governo mondiale. Si espande un capitalismo globale dis-organizzato, perché non ci sono una potenza egemone e un regime internazionale, né economico né politico”.
Un ruolo d’importanza fondamentale in questa direzione è attribuito alla società civile, molto più avanzata delle istituzioni politiche e già proiettata verso una prospettiva mondiale in grado di polverizzare la concezione dello “Stato come container della società”. Come lo stato transnazionale, anche la società mondiale “non è una megasocietà nazionale, che contiene e annulla in sé tutte le società nazionali, ma un orizzonte mondiale, caratterizzato dalla molteplicità e dalla non-integrazione, che si manifesta solo quando viene prodotto e conservato nella comunicazione e nell’agire”. Si trattadi unaconcezione dellasocietà civile diversa, a cui necessariamente deve corrispondere una diversaconcezione della democrazia. La riorganizzazione del mondo in senso globale assesta un duro colpo alla democrazia rappresentativa, com’è stata consegnata alla tradizione politica europea dall’Illuminismo settecentesco. La riappropriazione da parte della politica di sfere lasciate de-regolamentate in mano all’economia non è indolore, abbisogna di un adattamento. La democrazia deve essere rifondata, per tenere a bada l’economia di mercato. La “seconda modernità” ha, dunque, bisogno di un secondo Illuminismo.

Antonio Marziale Sociologo, giornalista, presidente Osservatorio sui Diritti dei Minori