Monday, 17 January 2022

Migrantidel Nord Africa: vite in emergenza

Come si vive, come si pensa, cosa si spera al Centro accoglienza “Residence degli Ulivi” di Falerna Marina. Ma andiamo adagio. “Siamo in Italia dal mese di aprile del 2011, viviamo in questocentro di accoglienza da quasi un anno ormai. Come si vive, come si pensa, cosa si spera al Centro accoglienza “Residence degli Ulivi” di Falerna Marina. Ma andiamo adagio. “Siamo in Italia dal mese di aprile del 2011, viviamo in questocentro di accoglienza da quasi un anno ormai. Tutti noi abbiamo lasciato i nostri paesi d'origine da molto tempo e vivevamo in Libia da molti anni, avevamo una casa, un lavoro: una vita normale senza problemi. Poi è scoppiata la guerra e le bombe cadevano sulle nostre teste. Una guerra che non abbiamo causato noi ma a causa della quale stiamo pagando un prezzo altissimo. In quei giorni siamo stati rastrellati nelle nostre case e nelle strade, messi in dei barconi senza sapere dove eravamo diretti, prima di imbarcarci ci è stato requisito ogni nostro avere, celluari, memory card, soldi. I soldati di Gheddafi ci chiedevano di prendere le armi per loro, i ribelli ci accusavano di essere dei mercenari, e invece non eravamo né l'uno né l'altro: solo delle persone, esseri umani, padri di famiglia che lavoravano onestamente in Libia. Noi non volevamo andare via dalla Libia, siamo stati deportati, se qualcuno ce lo avesse chiesto, avremmo certamente risposto no”. A scrivere questa lettera sono i profughi del centro accoglienza “Residence degli Ulivi” di Falerna Marina, uno dei tanti in Calabria gestito dal consorzio “CalabriAccoglie”. Aperto tra marzo e aprile del 2011 per far fronte alla cosiddetta “Emergenza Libia” ha ospitato oltre 180 migranti a fronte dei 97 attualmente presenti nel campo. Tra di loro anche sei bambini, il più piccolo nato proprio alcuni giorni fa all’ospedale di Lamezia Terme. Al suo interno, tra i turni di giorno e quelli di notte, lavorano 15 operatori, altamente professionali. “E’ un lavoro difficile il nostro, l’impegno e la pazienza non bastano – ci tiene a sottolineare Hamady Seck, vice-responsabile del centro – ci vuole soprattutto cuore e passione. Il nostro compito è quello di accoglierli e di essere per loro anche degli amici, di aiutarli a integrarsi e a trovare un lavoro. Insomma, di aiutarli a ricominciare”.
Per tutti loro la parola d’ordine è proprio ricominciare, ritrovare, se possibile, la serenità di un’esistenza normale, una prospettiva di vita che nel loro Paese gli è stata negata.
Nell’immaginario collettivo dei migranti l’Italia e l’Europa hanno sempre rappresentato un’ideale di libertà e sviluppo e adesso è difficile scontrarsi con una realtà diversa che li relega ad una condizione di mera sopravvivenza. Non possono ancora ricominciare i migranti dell’emergenza Nord Africa perché devono fare i conti con l’interminabile trafila burocratica italiana che senza documenti li rende da più di un anno essere invisibili anche se, tutti i giorni, li si vede per le strade, a piedi, o i più fortunati in bicicletta, recarsi nelle campagne a lavorare o a chiedere un’occupazione.
“Ora siamo in Europa,  in Italia, in un paese civile e democratico, - raccontano ancora i profughi nella lettera - abbiamo chiesto al Governo Italiano la protezione internazionale ma molti di noi hanno ricevuto un parere negativo. Questo significa che non abbiamo nessuna speranza di trovare una strada, per noi e per i nostri figli. Molti di noi hanno trovato un'opportunità di lavoro, con un'assunzione regolare ma ciò nonpuò avvenire proprio perchè non abbiamo il permesso di soggiorno. Altri fanno dei lavori saltuari ma accade anche che il datore di lavoro si rifiuta di pagarci perchè sa che non possiamo rivendicare i nostri diritti, perchè noi non abbiamo diritti. Inoltre, dopo che abbiamo presentato il ricorso avverso il diniego da parte della Commissione Territoriale di Crotone, ci viene consegnato un permesso di soggiorno temporaneo di tre mesi, ma che non ci permette di lavorare legalmente  nonostante siamo in Italia da quasi un anno e la legge dica che dopo sei mesi ci dovrebbe venir consegnato un permesso temporaneo per lavoro”.
Da più di un anno è questa la loro vita: richiesta di protezione internazionale, audizione alla Commissione territoriale richiedenti asilo di Crotone, speranza. Diniego. Consulto con l’avvocato messo a loro disposizione dal centro accoglienza, ricorso e di nuovo attesa. L’indeterminatezza è un sentimento condiviso tra i migranti, così come l’impossibilità di fare progetti e organizzare la propria vita. Nessuno, tanto meno i diretti interessati, è capace di riferire se la situazione attuale sia definitiva o provvisoria, questo blocca qualsiasi capacità e possibilità di prendere delle decisioni. Si rimane sempre sospesi tra l’alternativa di restare o tornare nel proprio paese. Una data però è certa: 31 dicembre 2012. Con il DPCM del 6 ottobre 2011, infatti, è stato prorogato lo stato di emergenza legato all’eccezionale afflusso di cittadini del Nord Africa proprio all’ultimo dell’anno. Da quel momento i centri di accoglienza verranno sì chiusi ma è sicuro che la situazione per quel giorno sarà risolta? Visti i tempi che fin’ora hanno caratterizzato questa vicenda, come molte altre in Italia, verrebbe da rispondere assolutamente no. E allora dove andranno i profughi di Falerna e tutti quelli ospitati nei centri di accoglienza appositamente istituiti su tutto il territorio nazionale? Dove andranno se ancora non avranno ottenuto i documenti? Chi li aiuterà? Non avranno più un tetto sotto il quale dormire, non avranno più diritto ai tre pasti  quotidiani garantiti dai centri, non avranno più l’assistenza sanitaria né quella legale. Ed è normale che di fronte all’incertezza più assoluta gli animi all’interno del centro si scaldino, le facce si rabbuino e gli sguardi, i soli a esprimere veramente tutta questa umanità dolente, si incupiscano. Immagini che stridono con quelle dei pochi bambini ospitati dal centro che scorazzano allegri per il cortile pensando, forse, che la vita sia tutta lì.
“Noi siamo persone normali come voi, non siamo criminali, siamo grandi lavoratori, senza un documento saremmo degli esseri invisibili, fragili ed esposti a forme di sfruttamento da parte di persone senza scrupoli. L'Africa è un continente ricco, nessuno lascerebbe la propria terra se non fosse costretto a farlo, specie se fosse una terra ricca: l'Europa e l'Italia dovrebbero chiedersi perchè gli Africani lasciano i loro paesi, i loro affetti. Facciamo appello alle Istituzioni Democratiche e a tutte le associazioni affinchè venga concessa a tutti noi la Protezione Umanitaria, saremo così messi in condizione di trovare un lavoro legalmente, pagare le tasse e contribuire allo sviluppo di questo Paese e anche viaggiare”.
Un appello, un’ultima speranza per quanti, scappati dai fragori delle bombe, imbarcati come bestie senza acqua, senza cibo, senza dignità su barconi troppo piccoli a contenerli tutti, chiedono solo un diritto inalienabile, la libertà.