Monday, 18 October 2021

Estate 1959: Pasolini in Millecento nel paese dei banditi. Il Marchesato “ricco di profezie come la Palestina”

Pasolini e Crotone oltre cinquant’anni dopo. È come mettere insieme i pezzi di un puzzle sparsi, un po’ qua e là, tra le scatole d’una soffitta. Li guardi come frammenti di un ricordo sbiadito che, una volta rimessi insieme, però, Pasolini e Crotone oltre cinquant’anni dopo. È come mettere insieme i pezzi di un puzzle sparsi, un po’ qua e là, tra le scatole d’una soffitta. Li guardi come frammenti di un ricordo sbiadito che, una volta rimessi insieme, però, restituiscono la fotografia di un insieme autentico e speciale.
Era l’estate del 1959 quando il compianto poeta friulano scelse di inaugurare la sua discesa in riva allo Ionio. Sembrò quasi che il figlio “scomunicato” dal Pci avesse voluto ripercorrere quel solco lasciato dai grandi romanzieri inglesi di fine ‘800 giunti in Calabria all’epoca del Grand tour.

Pier Paolo Pasolini


Come loro, anche Pasolini aprì una finestra su questa regione oltre mezzo secolo dopo, inseguendo le ombre di Gissing, Lenormant  e Douglas. Ma egli non esplorò questa terra a bordo di carrozze a cavallo o treni a carbone.
Pier Paolo Pasolini, in quell’estate del 1959, fece il suo grand tour “a cavallo” di una Fiat Millecento. La stessa che decanterà in un celebre successo del 1974 un altro artista e intellettuale crotonese, Rino Gaetano, che elevò l’utilitaria della Fiat a simbolo di libertà ed evasione per quella classe operai ormai matura e consapevole della sua condizione esistenziale. E Crotone era in quegli anni una città operaia e in forte espansione che entrava in contatto con le realtà più avanzate del nord Italia grazie alla sua vocazione produttiva. Eppure, la città di Pitagora continua a segnalarsi per alcuni elementi di arretratezza culturale e rigidità sociale in gran parte comuni a quasi tutto il Mezzogiorno di quegli anni.
Pasolini, in quell’estate del 1959, nel suo peregrinare in terra calabra, colse soprattutto la desolante bellezza della costa ionica e la immortalò in un reportage intitolato “La lunga strada di sabbia” pubblicato dal mensile milanese “Successo” diretta da Arturo Tofanelli.
Ecco come il poeta descrisse il suo incedere in Calabria: <<Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno cenno di fermarmi. Mi fermo, li faccio salire. Mi dicono: questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, in questo punto, hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma. Ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi film western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia. Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questa forma lieta: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c'è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura>>.

Pasolini con i giovani di Cutro


Sono queste parole dal sapore agro, ma dalla caratterizzazione sorprendentemente realistica, che crearono la storica rottura tra l’intellettuale friulano e una frangia della popolazione pitagorica. Quell’appellativo di “banditi” non andò proprio giù all’Amministrazione comunale cutrese (allora guidata da una coalizione moderata con a capo la Democrazia cristiana).  Fu così che il sindaco Vincenzo Mancuso e la sua giunta, al termine della riunione di giunta del 18 settembre 1959, decisero di querelare lo scrittore senza poi ottenere i risultati sperati (nell’aprile del 1962 il Tribunale di Milano si pronunciò con la dichiarazione di non luogo a procedere per il fatto contestato).
La querelle venne subito ripresa dalla stampa nazionale: soprattutto quella affine alla Dc come “Il Popolo” e “Specchio”.
Pasolini seppe però gestire questa polemica e quindi ricucirla con straordinaria statura intellettuale e sapienza stilistica. <<Ho fatto come lo struzzo: non ho voluto saperne di più>>. Così scrisse in riferimento alla querelle il poeta friulano tra le righe d’una missiva inviata al direttore dal quotidiano Paese sera che la pubblicò nell’edizione del 28 ottobre 1959 col titolo “Una lettera sulla Calabria”.
Nello scritto Pasolini specificava: <<Dicendo che la zona di Cutro è quella che mi ha impressionato più di tutto, ho detto la verità: chiamandola poi zona di banditi, ho usato la parola: 1) nel suo etimo; 2) nel significato che essa ha nei film western, ossia in un significato puramente coloristico; 3) con profonda simpatia. Fin da bambino, ho sempre tenuto per i banditi contro i poliziotti: figurarsi in questo caso>>.
Pasolini tenne inoltre a precisare che: <<Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non “bandita” dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole>>.

Pasolini e il sindaco Messinetti al Premio Crotone


Mentre tutta questa polemica infuriava, accadde che nello stesso periodo (autunno 1959) una giuria composta, fra l’altro, da Giacomo Debenedetti, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti, Leonida Repaci, Carlo Emilio Gadda e Giorgio Bassani decise di assegnare il “Premio Crotone” (istituito il 4 aprile 1952 da una delibera dell’Amministrazione comunale guidata dal Pci di Silvio Messinetti che aveva ricevuto indicazioni in tal senso dal segretario regionale Mario Alicata) a Pier Paolo Pasolini per il suo romanzo “Una vita violenta” pubblicato dalla casa editrice Garzanti nella primavera del 1959.
La vigilia dell’assegnazione del riconoscimento (consistente anche in un premio da un milione di lire) fu preceduta da roventi considerazioni, e da parte degli amministratori cutresi, e da parte dei democristiani crotonesi. Si criticava, infatti, l’indicazione di Pier Paolo Pasolini a vincitore del “Premio Crotone”, innanzitutto, perché unica candidatura all’edizione e poi, per la vicinanza dello scrittore al Pci.
Il poeta friulano, in quell’anno, era stato escluso dal Premio Viareggio e dallo Strega. Una parte del Pci premeva allora per un riconoscimento altro che potesse restituire dignità all’intellettuale a loro vicino. E il PremioCrotone aveva ormai raggiunto un discreta rilevanza a livello nazionale proprio sulla spinta dello stesso Pci.
Premiare Pasolini, però, comportò un’esigenza non da poco: richiese il cambio di regolamento che, in origine, contemplava solo l’indicazione di opere che avessero dato rilevanza alla Calabria. La modifica al regolamento venne effettuata dal consiglio comunale pitagorico al termine della seduta del 28 ottobre 1959: lo stesso giorno in cui su Paese sera comparve l’articolo chiarificatore di Pasolini rispetto le parole forti da lui utilizzate per descrivere quell’impatto infelice con la realtà cutrese. L’articolo 1 del regolamento del Premio Crotone estese così la possibilità di assegnare il riconoscimento a opere ispirantesi essenzialmente al Mezzogiorno d’Italia. Tutto ciò provocò le ire dei gruppi di minoranza (Dc, Pli e Msi) che si dimisero, così come il presidente della Provincia e della Corte di Appello di Catanzaro dal comitato d’onore.
In questo bailamme di critiche Pasolini giunse nell’autunno del 1959 a Crotone per la seconda volta nella sua vita per ricevere il Premio Crotone. La cerimonia si tenne al cinema teatro Ariston di via Cutro. Nel suo discorso di ringraziamento il poeta disse alla platea: <<Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera.

Pasolini sul palco del premio Crotone


I protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d'Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l' esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni>>.
A organizzare il servizio d’ordine per la cerimonia di premiazione furono i giovani della Fgci. Fra loro comparivano anche degli studenti di Cutro iscritti all’organizzazione giovanile comunista. Scriverà molti decenni dopo uno di loro, Luigi Chiellino, sulle colonne del settimanale  “la Provincia KR”: <<La maggior parte degli studenti di Cutro non si lasciarono irretire dal dileggio dei valori conformisti (…). Moltissimi di noi fummo colpiti dal coraggio del giovane scrittore e anche dalle idee provocatorie per sollevare dibattiti, discussioni e confrontarsi sulle condizioni della realtà meridionale>>.
Fu così che Pasolini rimase piacevolmente impressionato dall’affetto mostratogli da quegli studenti cutresi che, al termine della premiazione, volle poi incontrare di persona al fine di ottenere con loro un chiarimento ormai non più rinviabile.
Teatro della pacificazione fu la federazione del Pci crotonese di via Panella. Qui Pasolini incontrò i ragazzi, regalando ad ognuno di loro una copia del romanzo “Una vita violenta” con tanto di dedica dell’autore. Quell’appellativo di banditi, spiegò lo scrittore, era rivolto a una condizione esistenziale delle genti del Sud generata da uno Stato complice e distante, che aveva messo ai margini della propria agenda la questione meridionale. Con gli studenti Pasolini famigliarizzò e solidarizzò. Al termine dell’incontro il poeta e regista decise anche di recarsi ancora a Cutro, ma questa volta col conforto di quei ragazzi. Lo scrittore fece un giro guidato tra le vie di quel paesino che, sebbene sconosciuto e ignorato dalle cartine geografiche, era improvvisamente divenuto così noto ai fatti della sua attività giornalistica.
Pasolini andò via da Crotone più rinfrancato, ma pur sempre risentito per quella polemica infuriata su giornali e tribunali. L’uomo, però, non riuscì mai più a cancellare dalla sua memoria quel posto che, in principio, forse, aveva tratteggiato in maniera laconica, senza troppo approfondire la sua vera essenza.
La riconoscenza di Pasolini verso Crotone affiorò allora cinque anni più tardi (1964), non più su carta patinata, ma sul grande schermo. La città e alcune zone limitrofe, infatti, diventarono location scelte dal regista per le riprese di uno dei suoi più grandi successi cinematografici: “Il Vangelo secondo Matteo”. A questa opera filmografica si lega indissolubilmente anche il docufilm “Comizi d’amore” con cui Pasolini raccontò l’approccio degli italiani verso alcuni tabù dell’epoca come la sessualità, il divorzio e l’aborto.
Nel 1963, assieme al produttore Alfredo Bini, il regista e sceneggiatore friulano se ne partì in giro per l’Italia alla ricerca dei luoghi in cui ambientare la vita di Gesù secondo Matteo. Tra le tante location che la produzione toccò per ambientare il film venne individuato anche il Crotonese.
Di quella città del Sud, pudica e conformista, che si andava preparando a divenire realtà industriale italiana, Pasolini lasciò un breve e significativo frammento in “Comizi d’amore”. Sulle spiagge affollate di Crotone, in quell’estate del 1963, Pasolini colse l’atteggiamento bigotto e tradizionalista che la popolazione meridionale serbava nei confronti della donna e della sua autonomia: dalla negazione banale che questa potesse andare semplicemente a prendere un caffè da sola al bar, alla “malaugurata” ipotesi che  potesse intraprendere la via del divorzio per ribellarsi a una relazione matrimoniale poco edificante. L’immagine più bella di questo frame sulle spiagge di Crotone è offerto da una bambina dai lunghi capelli raccolti in treccine e il sorriso vispo di chi sa dare risposte decise.
Alle domande dell’intervistatore Pasolini, “treccine” (questo è l’appellativo con cui viene chiamata nel video), rispose di essere favorevole al divorzio. Lo disse nonostante la bambina avesse accanto a lei una donna severa (la madre?) che al contempo si pronunciava in maniera fermamente contraria all’opportunità dell’annullamento del matrimonio per via giudiziaria. <<Senti treccine – disse Pasolini rivolgendosi alla bambina – voglio proprio dirti che la bella sorpresa di questa mia inchiesta sono le ragazzine come te, nel generale conformismo voi ragazze siete le uniche ad avere delle idee limpide e coraggiose>>. In queste parole si coglie la volontà del poeta di riporre fiducia nelle nuove generazioni in quanto considerate uniche chance per veicolare quella società verso un cambiamento radicale e che fosse proteso al progresso e alla modernità.
Inchiesta a parte, nell’estate di quel 1963, Pasolini venne a Crotone anche per fare dei sopralluoghi per ambientare la vita di Gesù.  Le colline gialle e argillose di Cutro, di Le Castella e Crotone (località Scifo) divennero così il set all’aperto in cui far rivivere il discorso della montagna, la moltiplicazione dei pani e dei pesci e il cammino sulle acque di Gesù. Pasolini individuò in quei luoghi selvaggi e dimenticati del Crotonese una straordinaria affinità con la Palestina arida e millenaria.
Il regista Pasolini individuò delle somiglianze nella fisionomia dei volti e della costituzione fisica tra le genti di Crotone e quelle rintracciate in Terra Santa. Fu così che reclutò in loco, non solo delle semplici comparse, ma anche una delle figure principali del suo fortunato film come la giovane Madonna. Ad interpretare quel ruolo, infatti, fu una giovanissima ragazza crotonese:  Margherita Caruso che all’epoca delle riprese era una timida quattordicenne e oggi lavora come tecnico di laboratorio all’ospedale “San Carlo” di Milano. Del Pasolini regista, Margherita conserva ancora il ricordo di una persona affabile e gentile, in grado di liquidare le scene in pochi ciak.
Un ultimo episodio, questa volta a carattere letterario, racconta la storia del rapporto di Pasolini con Crotone: si tratta di “Profezia”. La sua mente visionaria e progressista, infatti, ispirò una poesia omonima (probabilmente risalente al 1962) in cui il poeta friulano raccontò la storia di “Alì dagli occhi azzurri” (che è anche il titolo della raccolta di scritti risalenti al periodo tra il 1950 e il 1965 in cui essa figura). Pasolini intestò il componimento all’amico e collega Jean Paul Sartre <<che mi ha raccontato – scrisse nella dedica precedente la poesia – la storia di Alì dagli Occhi Azzurri>> . Con sorprendente lucidità e precisione di particolari, Pasolini descrisse il fenomeno dell’immigrazione clandestina verso le coste della Calabria, individuando in Palmi e Crotone le mete preferite per l’attracco delle imbarcazioni clandestine.
Recita la poesia scritta a forma di croce:

 

<<Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
“Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!»
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita”…>>.


Giuliano Carella