Thursday, 27 January 2022

Storia di Adama, fuggito dalla Costa d’Avorio, sbarcato a Crotone, diretto a Parigi…

I suoi occhi parlano per lui. Io sto li, incrocio il suo sguardo, e mi metto ad ascoltarlo…Si dice che gli occhi siano lo specchi dell’anima. Ma mai come in questo caso, e mai prima d’ora, m’era capitato di riuscire I suoi occhi parlano per lui. Io sto li, incrocio il suo sguardo, e mi metto ad ascoltarlo…Si dice che gli occhi siano lo specchi dell’anima. Ma mai come in questo caso, e mai prima d’ora, m’era capitato di riuscire a stabilire il contatto, un dialogo, uno scambio di emozioni, di sensazioni, e successivamente di parole, solo attraverso gli occhi…Cose che succedono, ma che spesso non ti spieghi.

Gli Occhi di Adama Sissoko Gli occhi di Adama Sissoko


Lui si chiama Adama Sissoko, ha 22 anni e viene dalla Costa d’Avorio. E’ in possesso del permesso di soggiorno, ed il suo status è quello soggetto alla protezione umanitaria.
Mi stringe la mano, mi dice che non ha più una famiglia, e mi guarda negli occhi. Capisco, lo capisco, ci scrutiamo, non solamente negli occhi, e andiamo avanti.
Lo metto a suo agio, e Adama va avanti nel suo racconto. Mi dice che la tragicità degli eventi lo strappano alla sua terra, ed alla sua famiglia… E’ solo, ed ha solo 17 anni quando la guerra civile in Costa D’Avorio, che gli uccide la mamma, il papa, la sorellina ed il fratellino, lo costringe a lasciare il suo Paese.
E’ così che si trasferisce in Libia, dove trova lavoro in un’azienda ortofrutticola. Sembra l’inizio di una nuova vita, una vita normale, come tante. Ma non è così.
E il destino è ancora una volta crudele con lui. E ancora una volta lospettro terribile della guerra diventa realtà. E’ terrorizzato dalla guerra Adama. Una paura che si porterà dentro per tutta la vita. Gliela leggo negli occhi... La stessa paura che lo accompagnerà durante tutto il suo viaggio verso un sogno, verso la speranza di un futuro migliore, più dignitoso, più sereno. Senza guerra, senza guerre.
Decide di lasciare la Libia Adama, ma per farlo, deve scendere a patti con i militari fedeli al colonnello Gheddafi. Il patto ed il viaggio, costano 600 euro. Un viaggio, un eufemismo chiamarlo così, che dura 2 giorni. Terribili. Indimenticabili. Adama, insieme ad altre trecento persone, fra cui donne e bambini, viene stipato nella stiva di una di quelle misere e miserabili barche, più comunemente conosciute come le carrette del mare…
Non vede mai la luce Adama, ma sente il mare, tanto mare, minaccioso e rumoroso come non mai…La carretta balla e la paura, il freddo e la fame sono i compagni di viaggio che non vorresti, ma che invece ti “accompagnano”  sino alle coste italiane.
Mi confida, con occhi ancora spaventati e voce rotta dall’emozione ancora viva, che ha avuto paura di morire. Paura di non farcela, di sprofondare in fondo al mare, insieme alla speranza, ed insieme ai suoi limpidi e legittimi sogni di giovane uomo alla ricerca di pace, di un lavoro, di una nuova famiglia…
sbarcoCiò che Adama prova non appena la “sua” carretta arriva sulle nostre coste è riassunto in queste semplici ma liberatorie parole: “Non credo ai miei occhi, sono contentissimo, felice, ma soprattutto mi considero un uomo fortunato. In molti non ce l’hanno fatta, io invece sono qui, riempito dalla speranza che l’Italia sia generosa con me”.
La prima “casa” italiana di Adama è il centro di Prima Accoglienza di Sant’Anna, dove dopo i riconoscimenti del caso, e dopo essere stato rifocillato, arriva al Centro Emergenza Nord Africa, gestito dalla Cooperativa Sociale Agorà Kroton.
Adama ha la gioia nel cuore, è stanco, frastornato, ma contento. Mi confida che la sua prima notte lontano dagli orrori della guerra, dai crimini e dalle ingiustizie sociali, trascorre insonne. Pensa e riflette Adama: “Come sarà il mio futuro qui, come si comporterà la gente con me, sarà buona o cattiva?”.
La prima risposta arriva la mattina seguente. Ad accoglierlo, ed a farlo sentire a casa sua, ci pensano Arduino e Larbi, della Cooperativa Agorà Kroton. Gli fanno conoscere la struttura dove è ospite, gli spiegano le abitudini e le regole di convivenza, lo presentano agli altri ragazzi, gli fanno visitare Crotone,  lo fanno sentire finalmente a casa…
Adama respira aria di famiglia, ed inizia a sorridere. A se stesso, alla gente, ed alla vita…
Quando parladell’Agorà, le parole vengono via naturali, spontanee, in un italiano quasi perfetto: “Ho visto Crotone, mi piace tanto, ma purtroppo il lavoro non c’è. Meno male che c’è Pino (De Lucia), un padre per me, poi Franca ed Annamaria (operatrici Agorà), due madri per me, e poi Francesca (coordinatrice Agorà), una sorella per me. Sono tutti molto gentili ed ospitali con me, questa per me è una famiglia”.
Ad un certo punto mi consegna una lettera. Lo fa con fierezza, gioia e grande soddisfazione. L’ha scritta lui, per me. Sapeva del nostro incontro, e si è preparato per bene. Vuole fare bella figura Adama. Giudicate voi: “Mi chiamo Adama, sono arrivato in Italia otto mesi fa, vivo in Calabria, nella città di Crotone, dove c’è la Cooperativa Agorà Kroton, che accoglie persone in difficoltà. Io sto nel centro che si trova poco lontano dal centro della città. Con me ci sono altri ragazzi, fra cui Soulemane, del Mali, il mio migliore amico, che oggi è andato via, ed io mi sento un po’ solo, perché con lui parlavo tanto, giocavo, facevo progetti. Per circa tre mesi ho lavorato in un piccolo paese, Rocca di Neto, in un’azienda agricola. Mi svegliavo tutte le mattine alle 4 per prendere l’autobus ed andare al lavoro. Poi la sera ritorno al Centro, dove ci sono altri ragazzi, di tre nazionalità diverse, ed ogni ragazzo ha una storia di vita diversa e molto dura. In Agorà mi sento come in una famiglia, oltre alla scuola di italiano, giochiamo a calcio, guardiamo la tv e navighiamo su internet. Ogni tanto vado in centro di Crotone, ed ogni 15 giorni vado allo stadio per vedere giocare il Crotone. A Crotone e nel Centro di Agorà mi trovo benissimo, ma qui non c’è lavoro e devo andare via”.
Andrà via Adama, raggiungerà il suo amico Soulemane a Parigi. Li, mi dice, “c’è una mia zia, c’è il lavoro, e li, vorrei farmi una famiglia tutta mia…”
Prima di salutarci gli chiedo della gente. Non delle persone incontrate ad Agorà, ma della gente comune, quella che incontri e vedi tutti i giorni. Questa la sua realistica ed amara risposta, che incasso, ma che non commento. “A Crotone non c’è lavoro, ma di questo ti fai una ragione. Ma la cosa più importante è che purtroppo, non c’è amore nella maggior parte della gente che ho incontrato…”.
Ciao Adama, ti auguriamo la stessa fortuna che abbiamo avuto noi nell’averti conosciuto.

Francesco Biafora