Thursday, 18 July 2024

Tesori nascosti si svelano a chi sa cercare

Benjamim Waparià, capo del villaggio Xavante dove ho abitato, mi disse un giorno, sotto il cielo del Mato Grosso del Brasile, che stare sottoterra non è cosa per esseri umani vivi: o ci stanno i defunti, oppure i garimpeiros, cercatori d’oro e pietre preziose.

Se questi preziosi fossero per gli uomini, disse ancora l’autorevole cacique, Dio li avrebbe fatti crescere sugli alberi e non sottoterra. Anche la metropolitana era per lui un sistema aberrante, quando la vide per la prima volta a Roma, mi chiese se entrando si prendessero delle precauzioni rituali e mi chiese: “Ma non vi viene mal di testa?”.  Effettivamente si, viene a tutti. Secondo la credenza dei nativi del Brasile la terra è la grande madre che accoglierà tutti i suoi figli, ma solo a fine vita. Grotte di parlemitiSecondo un mito del popolo Krenak, dello stato brasiliano del Minas Geraes, la madre terra si sentì ferita dai primi umani che ne solcavano la superficie per coltivarla e andò a lamentarsi delle sue escoriazioni: “Ma io devo sopravvivere e ho bisogno di alimento.” Disse l’uomo. “Allora facciamo un patto -rispose la terra- io ti nutro e quando morirai ti accoglierò e diventerai il mio concime.” E così fu. Tra il suolo e il sottosuolo, però ci sono le grotte. Luoghi sospesi tra i due mondi, anticamera dell’altrove, portali, luoghi di confine tra il sotto e il sopra, tra la vita e la sua trascendenza. Per questo, come vestigia della Grande Madre che partorisce anche spiritualmente i suoi figli, hanno un ruolo così importante in tutte le tradizioni religiose. Tra il Tibet e il Nepal ripidi sentieri conducono a monasteri buddisti, ognuno dei quali dispone di numerose grotte per la meditazione; in una di queste, a quattromila metri, ad esempio, l’orientalista Alexandra David Néel, la prima persona occidentale a raggiungere la Città proibita del Tibet, rimase per due anni a meditare. Grotte buddiste al centro della Cina portano nel loro stesso nome la metafora della potenza spirituale: Lóngmén, “la porta del drago”. Il profeta Mamometto ebbe la prima rivelazione nella grotta di Hira sul monte della Luce, Jaban an Nour, e i più importanti testi sacri dell’ebraismo, i 900 documenti detti “Rotoli del Mar Morto” sono stati ritrovati in undici cavità rupestri, le Grotte di Qumran, in Cisgiordania. Secondo la tradizione cristiana, in una grotta è nato Gesù, in una grotta viene deposto alla sua morte e nella grotta risorge. presentazione grotte palermitiSono prorpio le grotte di Nazaret, Betlemme e Gerusalemme, quelle che hanno visto gli eventi più eclatanti della sua vita. Moltissime sono le grotte a vocazione cristiana in Italia come quelle denominate Grotte di Dio, nella provincia di Taranto, o gli eremi rupestri delle Marche. Centinaia si trovano in Calabria. Per la capacità di comunicare attraverso i suoi paesaggi impervi un senso di mistero che attiene ai vasti territori del sacro, la Calabria ha sempre attratto contemplatori e religiosi, come i santi italo-greci, monaci, mistici, anacoreti ed eremiti che abitavano le nostre montagne costellate di grotte e chiese rupestri, luoghi che accolsero anche il santo asceta Francesco da Paola, affacciati a scorci, elevazioni e ampiezze che invitano, ieri come oggi, alla contemplazione. Grotte protostoriche, appartenenti al mondo classico o più recenti, tra le più note e rilevanti quelle di Papasidero e di Zungri, ma in tutta la regione ci si può imbattere inaspettatamente in improvvisi insediamenti rupestri. Alcuni dei quali, ad esempio, in una Calabria greca che pare la Cappadocia, si aprono sulle pareti scoscese di bianchi calanchi, e oggi danno riparo a gruppi di ataviche capre equilibriste. Altre grotte, invece, bisogna cercarle, con perseveranza. Come ha fatto a Palermiti, nel catanzarese, Renzo Peronaci, appassionato di archeologia e storia locale, insieme alla moglie Loredana Teti. Da quando vide un filmato nel quale don Innocenzo Lombardo, già parroco del paese, ipotizzava che il nome Palermiti derivasse dalle parole greche paleo eremitis, antico eremitaggio, iniziò a setacciare queste montagne in cerca della traccia, del segno che avvalorasse questa tesi, capace di dotare di un valore aggiunto lo stesso toponimo del paese. Il tesoro si svela a chi lo sa cercare. E il 27 settembre del 2021 alle 10, 30, per l’esattezza, quando, Renzo entrò pancia a terra in un piccolo varco nella terra che individuò sul fianco di una collina a quattro metri da terra, si trovò in un vano dal soffitto arrotondato scavato nell’arenaria con all’interno un arcaico altare dalla complessa e affascinante simbologia. Dopo un complicato iter burocratico, questo straordinario ritrovamento ha conseguito il vincolo archeologico, ed è stato presentato, insieme ad altre cinquanta gotte mappate da Peronaci, il 28 giugno nella palestra gremita del piccolo paese, alla presenza del Sindaco Domenico Emanuele e della soprintendente Stefania Argenti. Grotta di PalermitiUna scoperta che non avviene dunque per caso, ma è frutto di lunga ricerca, intrapresa per avvalorare la tesi dell’antico eremitaggio. Nelle riprese effettuate da Loredana Teti, che il pubblico ha potuto visionare, poi acquisite da numerose emittenti televisive, ecco i primi emozionanti momenti della scoperta, che hanno fatto da sfondo agli interventi degli studiosi presenti all’incontro, allertati da Italia Nostra che, insieme al Sindaco, ha seguito con perseveranza tutto il processo. Tra questi lo storico Francesco Cosco, deputato per Storia Patria della Calabria,  con le sue illuminanti analogie riscontrate tra i graffiti della grotta di Palermiti e il mosaico paleocristiano di Santa Maria Maggiore a Roma; Domenico Benoci, Incaricato di Archeologia Cristiana dell’ Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, che ha descritto le grotte e le brillanti potenzialità del lavoro di ricerca che deve essere effettuato; ed Eugenio Donato, archeologo, già collaboratore SABAP, che ha inquadrato il ritrovamento nell’ambito della ricca geografia rupestre della Calabria. A chiudere gli interventi Angela Maida, Presidente di Italia Nostra Soverato Guardavalle, che insieme a Raffele Riverso, ha orientato e coadiuvato il sindaco nel complesso iter necessario per il riconoscimento del vincolo archeologico, con l’auspicio che questo inizio possa consolidare la comunità attorno a un progetto concreto per l’effettiva messa in sicurezza e valorizzazione dei siti. L’evento è stato possibile solo grazie all’impegno concreto delle molte persone coinvolte, dai funzionari e consiglieri del comune, ai tecnici audio-video, ai giovani volontari impegnati nell’accoglienza e nella documentazione, ai membri di associazioni locali. Una iniziativa partita dal basso che ha riportato alla luce racconti avvincenti tutti da documentare e ricordi vivi nella memoria collettiva, ha calamitato autorità dei paesi limitrofi, e numerosi giornalisti. È solo l’inizio: ora si può dare il via alle ricerche sulla datazione, su chi fossero questi monaci, su come vivessero e perché si fossero stabiliti proprio qui. Poi arriva la parte più difficile per permettere ai siti di essere visitati, tutelati, custoditi, perché possano raccontare, entrando a far parte di un virtuoso itinerario tra storia, spiritualità e natura, peculiari tesori della nostra regione.

Ma allora per viaggiare nel tempo e nello spazio, per fare scoperte strabilianti non serve fare migliaia di chilometri? No, basta saper guardare cosa ci circonda e trasformare la ricerca in gesti di cura per il territorio, in patrimonio collettivo. “Tanto qui non c’è niente, non succede mai niente” si ripete invece qualcuno nel mantra eterno dell’immutabilità, mentre in palestra, sotto i riflettori dei media, centinaia di persone aggiungono tasselli preziosi alla loro storia millenaria.

Patrizia Giancotti