Sunday, 19 September 2021

Un fremito, un battito d’ali

Andrea
Che si sia dissolto dentro la nebbia, così, di colpo, io non ci credo. Possono giurarlo e stragiurarlo. Non ci credo e basta. Un uomo non scompare così, mentre si allontana a passo lento, di spalle, un attimo prima macchia scura in mezzo alla dissolvenza e d’un tratto niente, risucchiato, quando invece gli occhi riuscivano a percorrere la strada per una cinquantina di metri oltre.
Che poi la nebbia abbia liberato il fremito e il battito d’ali su cui si ostina Marcello… ma dai, siamo seri, smettiamola. Suggestioni. Occhi ingannati dall’involucro bianco. Se non lo spinello di Roberto, che non la smette di insidiare i buoni propositi di tutti.
Se ne è semplicemente andato. Come già altre volte. Così. Senza dirlo per tempo, senza salutare. Passi di un nuovo addio a penetrare la nebbia, a diluirvisi dentro fino a non essere più visibile. Nebbia è.
A parte che tornerà. Torna sempre. Saranno ormai dieci anni che ricompare a sbrodarsi dentro le nostre vite, mentre tiene per sé la sua. Tornerà senza avvisare, allo stesso modo di come se n’è andato. Tornerà non appena lo spingerà di nuovo qui quel qualcosa di incompiuto che ha da compiere e che non compie mai, e che io sento che ha da compiere e non so cosa sia. Lo rivedremo, sempre uguale, alto e secco come un lampione, il viso scarno e imbrattato di una peluria che ormai non diverrà barba, i capelli lisci e sottili come frusta di cipolla, unti da separarsi in tante ciocche e lunghi da pendergli oltre le spalle, una mano in tasca, l’altra sempre lì a consumarsi il mento.
Lo rivedrò anch’io, che non ci tengo affatto.
Non che ce l’abbia con lui. Nessuno può avercela con Steve. È innocuo, Steve. È solo per il sospetto che possa essere entrato il suo silenzio nella decisione di Elena, il suo stare ad ascoltarla senza metterci parole, il suo mostrarsi partecipe e non esserlo davvero, il suo prestarsi muro su cui far rimbalzare gli sfoghi di chiunque. Ché questo era Steve, un modo per ascoltare se stessi, le voci che salgono da dentro, ciò che mai nessuno si direbbe da solo.
Non ha colpe Steve.
Meglio però se se ne sta alla larga da me.

Elena
Ricordo perfettamente: ha girato gli occhi in tondo su ognuno di noi, quei suoi occhietti senz’anima, lì lì per arrendersi al sonno. Poi ha mosso un passo, un altro e ha preso a perforare la nebbia, come se gli avanzasse tempo prima di arrivare dove aveva deciso di arrivare. Di tanto in tanto scalciava qualcosa sull’asfalto e via, sempre lento, sempre più dentro, sempre più ombra.
Oh, è scomparso davvero. Un attimo c’era e l’attimo dopo no. Eppure, per decine di metri restava la strada, diritta, ancora grigia prima di terminare su niente, su un niente tutto bianco, su un muro di un niente tutto bianco alto fino in cima al cielo.
Non può essersi nascosto. Non c’era dove potesse farlo. Non lungo il viale, senza alcun riparo. Non nella pianura libera attorno, più piatta di un mare in pace, e senza un albero, una siepe, un arbusto, senza neppure un palo della luce, ché magro com’era gli sarebbe bastato.
Quel fremito, a dire il vero, io non l’ho sentito. Nemmeno il battito d’ali. Secondo me non ci sono stati. Fantasie di Marcello. Pretendeva che lo confermarsi. “Diglielo, dai, diglielo” mi incitava scrollandomi per un braccio, da farmi male… E io glielo dissi. Mostrando la stessa sicurezza sua. Mi capita sempre. Marcello… Marcello è Marcello. Qualsiasi cosa pur di compiacerlo. Seppure mi sia convinta che solo non assecondandolo così avrei speranze di averlo per me.
Ancora oggi tutti sanno che io li ho sentiti, sia il fremito sia il battito d’ali.
Ci fosse Steve, gli racconterei la verità. La racconterei soltanto a lui, al suo silenzio. Ma Steve non c’è. Steve è scomparso, con un fremito e un battito d’ali che Marcello ha avvertito distintamente… e io pure. Andrea non ci crede. Lui però non conta, lui non crede mai a Marcello. Per causa mia che l’ho lasciato, e non per un altro, peggio, per un sogno che s’è accartocciato già prima di gonfiarsi. Per colpa sua che non accetta, non il mio camminare senza di lui, ma il rifiuto che subisco ogni giorno e che dice ci immiserisce entrambi. Per colpa di questa vita che rotola dove le capita. Per colpa nostra, contorti tralci di vite che si aggrappano a caso, al primo appiglio.
Mi manca Steve. E non dovrebbe. Uno come Steve non manca mai. Non si era certi ci fosse nemmeno quando ci stava a spalla. Mi manca, eppure non rammento sue attenzioni, neanche parole, non una frase completa, mai una presa di posizione. E non è la memoria a ingannarmi, è che proprio se ne stava muto. Assentire però assentiva. In un modo strano, tutto suo, a occhi socchiusi, come per assorbire meglio quei pensieri di altri, e farli forse diventare suoi, come a convincersi che ne avrebbe potuto forgiare di uguali se appena ci avesse provato. Solo che non ci provava, Steve. Assentiva anche dopo però, sul ribattere degli altri. È che si lasciava convincere, che bastavano poche nuove parole a rove-sciargli le fresche certezze. A meno che… a meno che facesse solo finta di ascoltarci. A meno che quel chinare convinto la testa altro non fosse che un modo per mostrarsi lì quando invece se ne stava su tutt‘altra nuvola, con pensieri solo suoi.
Comunque sia, mi manca Steve. Gli racconterei di quel fremito, del battito d’ali che sentii distintamente assieme a Marcello.

Roberto
Quante storie per uno come Steve. Vengono a chiederlo a me se è davvero scomparso. Che ne posso sapere io. Sì, ero là. Ma non vuol dire. Mi passava altro per la testa che stare appresso a Steve. Neanche m’ero accorto che si allontanava. Anzi, neanche m’ero accorto che stava con noi. Ricordo invece Marcello, Giulia. E ricordo Elena. Eccome se la ricordo. Se ancora rimango con il gruppo è solo perché c’è lei. Ne avrei già fatta di strada altrimenti. Io sarei scomparso davvero, io, io. Da non rintracciarmi neanche con i cani da caccia, neanche con il satellite. Via, aria, gente nuova. Il mare, gli scogli, il cielo azzurro, una città. E non questa landa deprimente, questo interminabile scorrere di campagne sempre uguali, sempre increspate d’aratro, sempre fumanti di nebbia. E non queste poche case che nemmeno sono un paese, queste facce che ci consumiamo con i nostri stessi occhi. E non queste vite che qui continuano a scorrerci mentre le disegniamo altrove, questi ad-dii che durano solo il tempo di qualche sospiro.
Elena dice che è scomparso. E allora lo dico anch’io. Che mi costa? Elena parla di un fremito e di un battito d’ali. E ne parlo anch’io. Sempre un passo dietro a lei. Così. Sta maturando, lo vedo che sta maturando.
Andrea? Chi se ne frega di Andrea. Non se l’è saputa tenere. E ora pretende che nessuno le si avvicini. Eh sì, ora stiamo al comodo suo. Magari le costruiamo un altarino, la pariamo in mezzo e tutti in adorazione, con i fiori, le candele, le mani giunte. Andrea, Andrea…
Marcello invece non si accorge di lei, non la fiuta. Dio, che be-stia. Elena gli sbava addosso e lui cammina placido sulle acque. Elena gli chiede carne e lui la sazia di parole, le mostra le stelle, le fa ascoltare il mormorio del ruscelletto. Dio, che bestia.
Beh, meglio così per me. Ancora un po’ e casca come una pera. Già la vedo, già si avvicina. L’altro giorno non s’è scansata d’un millimetro, m’è rimasta appiccicata addosso. E un’occhiata me l’ha pure mollata. Io le capisco certe occhiate.
Ora Elena è in pena per Steve. Sono in pena anch’io. Da qualche giorno ci diciamo spesso la stessa pena per Steve, vicini vicini nella panchina del parco.
Dice che se l’è preso la nebbia. Dice che doveva essere di Steve il fremito. E chissà di chi il battito d’ali.
Increspa le labbra, un sospiro, gli occhi al cielo, poi dentro la nebbia, poi dentro i miei. Pure io increspo le labbra, un sospiro, gli occhi al cielo, poi dentro la nebbia, poi dentro i suoi. Rabbrividisce. Le passo un braccio attorno alle spalle. Ci poggia la testa.
Lo vedo ch’è matura. Calma però. Senza fretta. Dalle tempo. Ancora un po’ di pazienza. Quasi ci siamo.
Grande, Steve. Tutto merito suo.
Speriamo non torni però. Non ora. Speriamo anzi che non torni più. Uno così meglio se neppure arrivava. Meglio se neppure nasceva. Era scemo. Doveva per forza essere scemo. Ma gli altri a dire no, che era fatto così. Che significa che era fatto così? Così come? Come uno scemo, dico io.
Grande comunque, Steve.

Giulia
Elena, Elena, Elena. Sembra esserci solo Elena. La odio. Li odio tutti quanti.
Almeno prima c’era Steve. Ci si poteva sempre contare. Mi veniva appresso come un cagnolino. E scodinzolava. Non aveva la coda ma, lo giuro, scodinzolava. Parlavo di tutto con lui. Sapeva ascoltare. E mi capiva, Steve.
Parole ne usava poche. A pensarci, per niente, anzi. Vedevo però che mi seguiva attento, che mi voleva bene.
Ora è scomparso. Che modo strano di scomparire. Dentro la nebbia, d’un colpo. Io stavo girata di spalle, non ho visto. Hanno visto gli altri. Marcello per primo, ma anche Elena, anche Roberto. C’è poco da dubitare. È successo. Hanno pure sentito un fremito e un battito d’ali. Io no, a dire il vero. O forse sì? Adesso che ci penso mi pare di sì. Vagamente rammento degli strani rumori. Sì, potevano essere un fremito e un battito d’ali. È che non ci ho badato. Perché guardavo da un’altra parte. Fossi stata anch’io girata verso Steve che si allontanava, li avrei identificati meglio, il fremito e il battito d’ali. Saranno stati un tutt’uno con lo scomparire. Me le perdo sempre le cose migliori, io.
Veramente, non le ho mai avute, le cose migliori. E quindi non posso perderle. Mi sono sempre passate a lato, le cose migliori. Non le ho afferrate. Qualche volta m’è parso d’esserci riuscita, ma non le ho tenute salde e mi sono scivolate di mano, giusto il tempo di sentirle mie e via, a fare più amaro il distacco.
Gli uomini. Se sono già uomini questi soli che conosco, questi che ho già conosciuto in tutte le loro età, nelle mie stesse età. Non uno che si sia fermato su di me. Si sono rivolti un po’ più in là, ap-pena al mio fianco, a questa donna che mi ha messo sott’ombra la vita.
Mi sarebbe bastato chiunque, Andrea, Roberto, Marcello. Persino Steve. Steve però è scomparso. Dentro la nebbia, con un fremito e un battito d’ali.

Marcello
Io… io non lo so. Non ne sono più tanto sicuro. Non sono sicuro di niente. Mai stato sicuro di niente, io.Tutti a me vengono a chiedere. Che mi lascino in pace. Già mi bastano i miei guai. Se non scappo via da qua, finisce che impazzisco. Ma c’è Elena. È lei che non mi fa partire. È lei che non mi fa restare.
Da un po’ mi si incolla addosso. Se cedo, poi me la sposo. Lo so. E mi toccherà morire qua. Se continuo così, la perdo. E non sono sicuro di volerla perdere. Mai stato sicuro di niente, io.
Fossi come Steve… Ha girato le spalle e via, senza un saluto, senza un rimpianto. L’ho visto bene, io. Su lui avevo gli occhi mentre penetrava la nebbia. Vi si dissolveva dentro poco alla volta. Non è vero che è scomparso di colpo. Non ho mai detto che è scomparso di colpo. Del fremito invece sì, e pure di un battito d’ali. M’è sembrato davvero che avesse liberato un fremito, il freddo forse. E il battito d’ali è stato solo un pensiero che mi sono fatto scappare per via di bocca. Perché se ne andava libero, Steve. E certo dei suoi passi.
Ma scomparso no, io non l’ho detto. Non potevo dirlo. Mi ero distratto su Elena e quando sono tornato su lui non lo si vedeva più. Perché era già andato oltre il niente tutto bianco, il muro di un niente tutto bianco alto fino in cima al cielo. Forse.
Ora mi dicono che l’ho detto, pure della scomparsa. Che sia vero? Mah! Forse l’ho detto. Allora, se l’ho detto, è perché ho visto così. Può essere. Però non ne sono sicuro. Mai stato sicuro di niente, io.
Tutti ne parlano. Ne sussurrano, anzi. Dubbi, nessuno. Si tratta di cose che ho visto e sentito io. Sono uno serio, io. Uno a cui credere. Tanto che adesso mi ci credo anch’io, ne sono sicuro anch’io: un attimo c’era e l’attimo dopo no, se l’è risucchiato la nebbia, Steve, con un fremito e un battito d’ali.

Sono ancora tutti qui, tra queste poche case. Da sempre.
Steve non è più tornato. E non tornerà, non dopo oltre trent’anni.
Ci avevano sperato i primi tempi. Che comparisse a liberarli della magia di un pomeriggio con la nebbia, magari spingendo la testa dentro l’uscio come fosse stato il giorno prima il niente tutto bianco che se lo era risucchiato.
Ormai non lo aspettano più.
Lo ricordano però. Di continuo. E lo commemorano pure. Proprio così. Steve, giusto Steve. Non so com’è successo, quand’hanno cominciato. Nessun estraneo lo sa. Non so a chi è venuto in mente. Forse a Giulia, forse a Elena, sembra l’idea di una donna. Fatto sta che lo fanno. Come per un morto di famiglia. Ogni anno, nello stesso giorno della scomparsa, alla stessa ora, nello stesso posto.
È diventato un giorno strano, quello, per tutti gli abitanti di queste poche case. Non che succeda qualcosa. Èl’aria attorno che è strana. Non so dire perché, cos’ha di diverso. So solo che non è la stessa degli altri giorni.
E c’è sempre la nebbia. Non ha mancato un solo appuntamento, li aspetta lì. Con la stessa dissolvenza di allora.
Giusto ora sono là. Ne manca uno però. Se n’è andato. Non lontano, giace nella terra di tutti.
Dentro la nebbia si vede la strada, per decine di metri, diritta, ancora grigia prima di terminare su niente, su un niente tutto bianco, su un muro di un niente tutto bianco alto fino in cima al cielo.
D’improvviso, là in mezzo, un fremito, un battito d’ali.