Friday, 22 October 2021

La fragranza delle zagare, la fioritura degli ulivi e le acri risate di don Sarino…

Don Sarino non pensava potesse toccargli l’attenzione di un sequestro di persona: non era ricco. Benestante, sì. Quasi quaranta ettari di uliveti gli consentivano di esserlo. Anche perché non scialacquava, niente grilli per la testa, niente esibizioni di grandezza, niente Don Sarino non pensava potesse toccargli l’attenzione di un sequestro di persona: non era ricco. Benestante, sì. Quasi quaranta ettari di uliveti gli consentivano di esserlo. Anche perché non scialacquava, niente grilli per la testa, niente esibizioni di grandezza, niente lussi – una giacca gli durava decenni e vestiva pantaloni d’orbace, buoni per l’estate e buoni per l’inverno e che avrebbe potuto lasciare in eredità, non si consumavano mai. ulivi2E niente viaggi, vacanze manco a pensarlo, la moglie parsimoniosa al pari suo, da considerare un inutile spreco le medicine urgenti, persino un’andata di corpo, e a pranzo e cena il cibo rustico dei poveri, per lo più frutti dell’orto che curava da sé. Vivevano insomma al modo degli sventurati padroni delle sole braccia da offrire al bisogno, per una giornata da manovale, a dannarsi di zappa, a spaccare legna. L’unica differenza, ch’era scelta sua. Non fosse stato peri figli… Quattro ne aveva, due maschi e due femmine, troppi. Calura grande erano stati ed erano i maschi, avevano la testa malata, a lasciar loro briglia sciolta, il patrimonio se lo sarebbero mangiato crudo, senza sale e con tutta la scorza – ma non gliela lasciava sciolta. E calura più grande erano state ed erano le femmine. Una iattura. In quanto femmine. Va bene, non pretendevano, ché le aveva abituate bene, per sì o per forza, però aveva dovuto vestirle decente, dotarle e sposarle infine – denari che pretendevano lacrime amare quelli spesi per il ricevimento.
Soldi non ne aveva messi granché da parte – sempre li investiva in nuovi uliveti, approfittando dell’emigrazione e che le famiglie, nell’andarsene, avessero fretta di vendere presto e a moneta sonante. E avrebbe dovuto. Stiparne e affidarli a un notaio per l’eventualità di un sequestro di persona da un po’ era diventata la preoccupazione dei ricchi, e dei benestanti da quando i riscatti erano ai saldi di fine stagione e crescevano numerose le carogne senz’anima che si davano a quel ’mestiere’. Una preoccupazione ritenuta necessaria, sia mai chi rimaneva decidesse di mostrarsi sordo d’orecchi o di tirare troppo sul prezzo con i rapitori, se non di scrollare spalle indifferenti e risparmiare lasciandoli a marcire mentre però esibiva, al popolo partecipe, la faccia contrita, angustia e dolore.
A don Sarino talvolta era sorto il pensiero di cautelarsi. Sorto e basta. Ché lo aveva rigettato subito. Va bene che i rapitori s’accontentavano di meno – le quotazioni delle vittime locali erano crollate a duecento milioni – ma scendere al suo livello, che oltre i cinquanta non era in grado di andare, gli pareva troppo, che non potesse succedere. Oh, non che non li valesse duecento milioni. Anzi. A volersi stimare, dare un peso monetario al suo valore, non era da meno di quelli che avevano scucito i miliardi. Solo, non c’era in lui abbastanza succo da spremere. Mai immaginando che proprio la vita grama che conduceva, a fronte dei guadagni che gli entravano, aveva indotto la convinzione che avesse accumulato e messo da parte un patrimonio.
Apposta guardò sorpreso, più che se avesse colto in intimità sua madre, i quattro banditi, incappucciati e con le pistole, che erano emersi improvvisi dalla campagna e gli intimavano di seguirlo. E non si malignò subito che fosse un sequestro di persona, sebbene avrebbe dovuto, le modalità quelle erano. Succedeva un mattino d’inizio estate, di buon’ora, quando dalla Piana risaliva la fragranza delle zagare e la grana, la fioritura degli ulivi, svolazzava al soffio di un filo di vento, negli orti le ultime ciliegie rosseggiavano il fogliame, la fiumara conduceva al mare acqua già quietata.
Frugò con la mente in cosa avesse sbagliato, chi avesse offeso, ché il pensiero gli era corso a una vendetta di sangue e non gli si schiodava da lì. Non gli vennero spiegazioni valide, ché certo non era rancore da portare a conseguenze simili che avesse impedito il passaggio da un fondo a compari Ntoni, né che avesse denunciato Armando d’aver spacciato per uliveto una proprietà con soli castagni, per fottersi l’integrazione europea sull’olio di oliva, né che si fosse lordato con Melina al riparo di un muro a secco, né che da anni aggiungesse ramificazioni alle corna sulla fronte del marito di Concetta, era gente che sopportava tacendo. Per quanto si sforzasse, nulla trovava, o trovava troppo, e non sapeva districare la causa. Finì con il propendere per una questione di femmine. Sempre stato vizioso di femmine. Se ne era cacciati di sfizi… Sì, facile che era per una femmina.
Poi ragionò che erano incappucciati e lo strattonavano per portarselo via. Avessero voluto ammazzarlo, niente manfrine, lo avrebbero riempito di piombo che a spostarlo sarebbe occorsa una motopala e buonanotte al suonatore. Non rimaneva che il sequestro di persona. Che sempre morte significava, non era in grado di pagare né era detto che i suoi tentassero la liberazione offrendo i risparmi.
I quattro lo stesero lungo nello spazio tra il sedile posteriore e gli schienali davanti. Addosso, una coperta, e i piedi dei due seduti dietro. Puntarono la montagna: prima la Statale 112, andatura tranquilla, da accompagno a un funerale, per non destare sospetti, poi strade interpoderali tra gli uliveti, in ultimo le piste dei boscaioli.
Don Sarino s’era ritrovato con un sacco infilato nella testa e non poteva vedere in faccia i banditi. Ma non era sua intenzione vederli, a riconoscerne uno, era estrema unzione sicura. Per purgarsi in salute, teneva gli occhi serrati e s’era premurato di parteciparlo ai sequestratori. Uno di questi sembrava avercela con lui, perché gli scaricava nei fianchi calci su cui scricchiolavano le costole e gli sferrava certe papagne… pugni violenti in testa su cui subito gli sbocciava un bernoccolo, mentre “ne avete tastate di uova, eh, don Sarino?”, “ne avete rovinate figlie di mamma!”, “ve ne sono passate innocenti sotto l’ombelico!” alternava tra un colpo e l’altro, senza spreco di voce, toni amichevoli se non fosse stato per la punta al veleno e l’impennata finale.
Don Sarino, che il vizio se lo riconosceva, medaglia al valore mascolino, il gradino più alto del podio, pensò a un rancore del giovane per roba di carne grassa, forse una sorella, forse la madre. Si preoccupò di più. Apposta, a ogni calcio, a ogni papagna, prima un grugnito di dolore, magari un tantino esagerato, per dargli soddisfazione, quindi “è giusto, fate bene, menate, poche me ne state dando, più forte me le merito, menate” diceva accomodante – disposto a tutto pur di non affossare le speranze d’essere restituito al mondo. L’intero percorso così, quello picchiava, per un castigo condito di rancore e di sfottò, e lui nulla da obiettare, accondiscendeva e ringraziava anzi. La testa gli doleva. Era pesto ovunque, qualche costola gli si era incrinata o rotta. E, in quanto a bozzi, come la superficie lunare.
Tra un colpo e l’altro, trovava lo spiraglio per infilare: “se è per soldi, cascate male, avete sbagliato persona, non ne ho”.
“E allora ne mangerete pane e formaggio pecorino” ribatteva uno. “O non vi piace il pane con il formaggio pecorino?”.
“Eccome se mi piace”, don Sarino. Avrebbe convenuto che i figli nascono dal buco del culo, pur di farli contenti.
Giunsero infine. Un posto che don Sarino giudicò montagna, per i gemiti di fatica del motore nell’affrontare i tornanti, per l’aria frizzantina, per il gradevole odore della terra smossa dalla vanga, delle foglie marce, dei muschi. Fu fatto scendere. “Ve la siete scialata la vita! Che bellezza quando le signorinelle le stendevate sulla paglia, tra le frasche, nel letto, eh, don Sarino?”, il giovane, deviando dal cliché. Ma non dalla papagna, pesante uguale. E pure uguali furono le parole di don Sarino: lo incitò a dargliele più forte, ché più forte toccavano ai suoi peccati.
Appena gli levarono il cappuccio, don Sarino si accorse con la coda dell’occhio che ora erano i banditi ad avere la faccia coperta. Con la coda dell’occhio perché, a scanso di guai, s’era premurato di guardare in terra. Si trovò davanti a un’alta parete rocciosa, quasi verticale. A tre metri dal suolo, un buco, non più di sessanta centimetri di diametro, che penetrava orizzontale il ventre del monte.
Il rapitore che lo menava “don Sarino, là dentro vi accomodiamo” disse irridente, mostrandogli l’antro scuro.
A don Sarino sudò la nuca, rizzarono i peli, si attorcigliarono le frattaglie: terribile la prigione, chissà quanto tempo gli sarebbe toccato in quel cunicolo da dover stare disteso senza poter sollevare la testa, una tomba al risparmio che nessuno avrebbe mai trovato. Con tutto ciò, “e ca chi megghjiu!?” – “e che c’è di meglio!?” – esclamò illuminando gli occhi, manco gli stessero offrendo alloggio in una suite.
Risero.
Rise anche lui, passando il riso da un cappuccio all’altro.
Fu malo pensatore, don Sarino, ché i figli misero mano al portafogli e pagarono, e i rapitori s’accontentarono.
L’episodio del prelevamento, del percorso e della prigione don Sarino lo raccontò fino al fondo dei suoi giorni, sparandosi risate diverse da quelle di allora.