Monday, 06 December 2021

L’Italia in bilico: fra decadenza (annunciata) e rinascimento (ancora possibile)

Come vedrebbe, oggi, l’Italia un osservatore indipendente e distaccato? Soprattutto abbiamo il coraggio di guardarci – noi stessi – con estrema onestà, come quando si fa un esame di coscienza: senza nasconderci nulla, oserei dire con spietatezza? Provo a farlo su un “doppio e opposto registro”: da un lato, snocciolando le critiche sulla nostra condizione, dall’altro cercando di ravvisare qualche ragione di speranza.

Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è il segno di uno squilibrio del sistema economico: un Paese sempre più vecchio che stenta ad inserire i giovani nel mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è il segno di uno squilibrio del sistema economico: un Paese sempre più vecchio che stenta ad inserire i giovani nel mondo del lavoro.


Anticipo che ne emerge un Paese perennemente in bilico fra continuo rischio di decadenza e… possibile rinascimento.
Se guardiamo al Pil, si può senz’altro parlare di decadenza: il Pil italiano non cresce da troppi anni. Ben prima dell’inizio della crisi economica che ha coinvolto tutti (2007/08), l’Italia produceva poco, fino al punto che oggi non siamo più fra le 8 più importanti potenze economiche del mondo. In compenso, però – per ragioni politico-strategiche, più che economiche – continueremo a far parte del G7. Non solo: com’è noto, se computassimo il sommerso e il nero saremmo ancora fra i magnifici 8. Ma soprattutto sarebbe errato ridurre al solo Pil i fattori di accertamento del benessere (Welfare) di un Paese. Oltre al tenore di vita, infatti, conta la qualità della vita. E questo è un indice ben più difficile da valutare, in cui l’Italia ha qualche carta da giocare.
È senz’altro vero, per altro, che viviamo molto al di sopra delle nostre possibilità: facciamo finta – come del resto altri Paesi ultra-indebitati ma più virtuosi (USA, Giappone, ecc.) – di non avere il debito pubblico che abbiamo. Per quanto con più poveri, piena di disoccupati e in crisi, l’Italia dei nostri giorni – per tenore di vita medio – è comunque infinitamente diversa dall’Italia affamata e uscita stremata dalla guerra. Certo, per i giovani, e forse ancor più per le generazioni future, è molto più arduo che in passato tentare la c.d. “scalata sociale”, ossia migliorare il proprio status rispetto a quello dei genitori.
Anche quest’ultimo fattore concorre a offrire alcune indicazioni su una certa decadenza italiana: siamo un Paese terribilmente invecchiato. Crescono gli anziani e diminuiscono i giovani. Da un punto di vista demografico, non solo troppe famiglie hanno scelto di avere un solo figlio, ma molte coppie nemmeno riescono ad avere figli: il tasso di fertilità/fecondità è lontanissimo da quello del dopoguerra. Viviamo così il paradosso di una società piena di anziani, che è contemporaneamente alla spasmodica ricerca di figli (da ciò la recentissima apertura della Corte costituzionale alla fecondazione artificiale eterologa). L’altra faccia della medaglia del dramma dell’invecchiamento diffuso è che l’ età media italiana – costantemente in crescita – è però un chiaro segno del miglioramento della qualità della vita, almeno sotto il profilo alimentare e sanitario. Si può definire decadente un Paese, in cui – nonostante tutto – si vive bene e a lungo?.

La questione immigrazione simbolo della difficoltà degli Stati occidentali di dotarsi di politiche d’integrazione efficienti. La questione immigrazione simbolo della difficoltà degli Stati occidentali di dotarsi di politiche d’integrazione efficienti.


Gli anziani in crescita sono un fenomeno che spiega anche la natura largamente gerontocratica della società italiana: basti pensare – ma è solo un dato fra i molti – che l’età media dei ricercatori universitari italiani (il I livello accademico) veleggia intorno ai 50 anni, un età ridicola soprattutto in alcuni campi della ricerca, dove occorrono energie e cervelli giovani. La necessità di un “ricambio generazionale” delle classi dirigenti è senza dubbio uno dei problemi storici italiani, ma sembra proprio che la tanto vituperata politica su questo terreno abbia di recente fatto notevoli passi in avanti: Renzi, Alfano, Salvini, ecc. sono senz’altro leaders giovani e sembrano promettere una svolta non effimera. A conferma delle contraddizioni italiane il Paese più gerontocratico del Vecchio Continente è anche quello che forse ha il Premier più giovane d’Europa.
Connessa alla gerontocrazia è pure la carenza – tipica della società italiana – di meritocrazia: sappiamo bene che spesso contano più le amicizie del merito. Non nego qualche piccolo progresso – penso al reclutamento, appena più rigoroso ma ancora imperfetto, dei docenti universitari o alle tecniche di selezione del personale di alcune imprese modello, davvero libere da condizionamenti ambientali – ma confesso che, su questo terreno, fatico a trovare un pendant positivo generale da proporre, anzi contrappore, alla decadenza. Sotto quest’aspetto, dobbiamo fare ancora molta strada: la società italiana sembra ferma, bloccata, non dinamica…
Un altro fattore da prendere in esame – la cui gravità mi sembra pesantemente sottovalutata – è quello della nuova immigrazione dal Sud al Nord (quando non all’estero) di centinaia di migliaia di giovani in cerca di lavoro. Si può ormai parlare di un progressivo spopolamento di molte Regioni del Sud (Calabria in primis). La “questione meridionale” – che tanto ha affannato nel dopoguerra politici e studiosi e che pure, ora, emerge in modo ancor più esplosivo rispetto al passato – non sembra però suscitare alcun vero interesse “nazionale”. Il fenomeno è subìto, anzi accettato, senza alcuna reazione degna di questo nome. Praticamente nessuno osa immaginare, e tanto meno proporre, un cambiamento dell’attuale direzione di rotta, considerata inevitabile, per cui l’Italia è ormai profondamente spaccata. Che il crescente divario Nord-Sud sia di un doloroso segno di decadenza è facile constatare semplicemente confrontandolo con il contemporaneo, graduale, ma reale superamento della divaricazione fra Germania dell’Est e dell’Ovest.

Antonio Gramsci, politico, scrittore, critico letterario. Un Paese fra decadenza annunciata e nuovo rinascimento? Risponde il prof. Spadaro: “Naturalmente nessuno può saperlo, ma - invocando gramscianamente, accanto al pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà - mi sembra un dovere civile mettere in conto anche questa possibilità, e lavorare affinché essa non appaia utopica”. Antonio Gramsci, politico, scrittore, critico letterario. Un Paese fra decadenza annunciata e nuovo rinascimento? Risponde il prof. Spadaro: “Naturalmente nessuno può saperlo, ma - invocando gramscianamente, accanto al pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà - mi sembra un dovere civile mettere in conto anche questa possibilità, e lavorare affinché essa non appaia utopica”.


Nella RFT non si sono rassegnati a una misteriosa legge del mercato per cui alcune aree sono “destinate” a restare depresse.
Connessa al problema testé segnalato è un’altra caratteristica non solo, ma soprattutto, italiana: purtroppo alcune parti del territorio – almeno Campania, Calabria, Sicilia – sono fortemente sottoposte al controllo della criminalità organizzata, che per altro si diffonde pure nel resto del Paese (e fuori). E’ pure vero, tuttavia, che lo Stato non è inerte nella pluridecennale lotta alla camorra, alla ‘ndrangheta e alla mafia: il fenomeno mafioso non è stato certo sradicato, ma lo Stato non cede e non intende cedere in questa battaglia pluridecennale. Al contributo di magistrati e forze dell’ordine si accompagna ora un crescente desiderio di riscatto sociale (associazioni, volontariato, preti anti-mafia, organizzazioni antiracket, ecc.) che costituisce, a mio avviso, un eccezionale segno di speranza e, paradossalmente, un potenziale fenomeno attrattivo di un’innovata capacità di resistenza italiana.
Al ricordato fenomeno dell’imponente emigrazione interna (Nord-Sud) corrisponde un altrettanto imponente immigrazione esterna (dal Nord Africa). Anche in questo caso, accanto a immani problemi (permangono, come nel resto d’Europa, movimenti xenofobi), mi sembra però che l’Italia complessivamente stia affrontando in modo dignitoso l’emergenza, senza le asprezze di altre democrazie occidentali. L’Italia che combatte fra minori tentazioni xenofobe e concrete prassi di accoglienza dei migranti e dei profughi non è un Paese decadente, ma in cerca di una soluzione.
Sembrano invece due segni di decadenza – a mio avviso fra loro intrecciati – il tradizionale campanilismo/municipalismo del Bel Paese (diviso, anzi frammentato, in Nord, Centro e Sud; Regioni; province; comuni; quartieri, ecc.) e l’incontenibile corporativismo della società italiana (medici, magistrati, insegnanti, politici, commercianti, impiegati pubblici, ecc.). L’effetto combinato di questi due fattori è spesso sconfortante: più che l’Italia, sembrerebbe che ci siano gli italiani, riconducibili all’unità identitaria solo nel momento, tanto topico quanto fragile ed episodico, del sostegno alla nazionale di calcio. Al di fuori di questi momenti ludico-sportivi, ognuno vivrebbe nel suo “micro-territorio” e nel suo “gruppo/clan”. Naturalmente la realtà è ben più complessa di quanto questa semplificazione lasci intendere. Semmai potrebbe dirsi che l’effetto più perverso della combinazione dei due fenomeni ricordati è l’immobilismo, che dà vita a veti incrociati e sembra bloccare ostruzionisticamente ogni pur ragionevole tentativo di riforma, in ogni campo e in ogni parte del territorio. Ma, a ben vedere, questo fattore di decadenza apparentemente tutto italiano, solo italiano non è: basti pensare, per esempio, ai guai del Regno Unito di fronte all’indipendentismo scozzese o alla frammentazione sociale spagnola.
Non solo: si può interpretare l’intreccio di municipalismo e corporativismo in senso “volutamente” positivo. Insomma, l’Italia sarebbe piuttosto il luogo elettivo della teoria della “microfisica del potere” di M. Foucault e quindi – come ormai in molti cominciano a riconoscere – semplicemente il Paese più pluralista, e forse più libero, del mondo: in quanto tale difficilmente governabile, anzi forse ingovernabile, ma un coacervo straordinario di diversità, creatività e peculiarità uniche. Letto così, questo classico problema italiano diventa, o potrebbe diventare, una risorsa tutta italiana.
Così pure, ormai da parecchi anni, molti osservatori insistono sulla svolta verso il Pacifico dell’asse economico e geo-strategico del mondo (Usa, Cina, Giappone, Coree, ecc.) e della conseguente, ridotta influenza euro-atlantica, dandosi per scontata la decadenza europea e, in particolare, la marginalità italiana. Senza negare la vertiginosa crescita dell’area del Pacifico, resta emblematico il fatto che gran parte dell’umanità – se potesse scegliere dove vivere – sceglierebbe l’Europa e non pochi, dentro l’Europa, proprio l’Italia. E’ un dato teorico (desideri astratti), ma non del tutto trascurabile.
In breve: come si ricordava, sembriamo in bilico fra una decadenza sociale e culturale segnalata da molti fattori e sempre annunciata (ma mai veramente compiuta) e diversi fenomeni, invece, che lasciano sperare in un futuro migliore. Per esempio, vera o falsa che sia, la recente notizia che l’italiano è la quarta lingua più studiata del mondo (dopo inglese, francese e spagnolo) è comunque indicativa di un’attrattiva di ciò che l’Italia ha rappresentato, e rappresenta – nell’arte, nella cultura, nel paesaggio, nella cucina, ecc. – che sarebbe sciocco negare. Il possesso italiano, tanto decantato, di più della metà dei beni culturali del mondo, a qualcosa serve, o potrebbe servire.
In conclusione, come spesso la storia della nostra tormentata penisola ci insegna, quando sembra che tutto sia perduto, l’Italia invece “risorge”. Siamo oggi di fronte all’“inizio della fine”, alla prima tappa di un ciclo storico di lenta ma inevitabile decadenza o piuttosto tutto quel che sta accadendo è un segno che la società italiana sta maturando, che le trasformazioni in atto sono evolutive, quindi dolorose ma “di crescita”, che siamo – insomma – all’alba di un nuovo rinascimento italiano? Naturalmente nessuno può saperlo, ma – invocando gramscianamente, accanto al pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà – mi sembra un dovere civile mettere in conto anche questa possibilità, e lavorare affinché essa non appaia utopica.