Tuesday, 30 November 2021

L’Italia impazzita: lo “spettro” delle riforme e il conservatorismo costituzionale

Le Costituzioni liberaldemocratiche sono, sì, le tavole che contengono i valori fondamentali di una società, giuridicizzate al massimo livello. Ma – fatto salvo per un pugno di valori intangibili: i c.d. principi fondamentali e diritti inviolabili (così li chiama la Corte costituzionale) – le Carte non sono un “vangelo laico” sacro e intoccabile, tant’è che sono sempre previsti meccanismi, e quindi procedure giuridiche, di modifica: leggi di revisione costituzionale, emendamenti, ecc.
Piaccia o no, nel corso del tempo le società cambiano. Ed anche le Costituzioni, pur restando di solito intatte per un lungo periodo, prima o poi vanno “ritoccate” per adeguarle ai nuovi contesti cui devono far fronte. Ripeto: i valori di fondo del costituzionalismo occidentale (il c.d. ius publicum europaeum) non sono certo in discussione, ma l’“organizzazione dello Stato”, per la sua complessità, inevitabilmente esige periodici lavori di restauro. E naturalmente i restauri devono esser ben fatti. Tuttavia, quando le crepe presenti in un edificio segnalano una decadenza che non esclude il crollo, a ben vedere i rischi dell’immobilismo sono peggiori.
Re ipsa loquitur: dal 1948 ad oggi, l’Italia ha mantenuto la sua Costituzione e – salvo la modifica del titolo V (Regioni, Province, Comuni), fatta male e tardi, nel 2001 – non ha mai approvato una revisione organica della Carta, la quale, bisogna riconoscere, complessivamente, nel suo impianto di fondo, ha retto bene alle non poche intemperie italiane: terrorismo, tentazioni secessioniste, crisi economiche. Ma ciò non toglie che l’organizzazione costituzionale dello Stato possa essere largamente migliorata, anche con innovazioni profonde: per esempio, l’eliminazione di un bicameralismo paritario e la riforma radicale dell’attuale titolo V, che da tempo molti giuristi invocano. A ben vedere, le varie leggi costituzionali che in questi anni si sono susseguite – in tutto, se non erro, 38 (15 di modifica e 23 di integrazione del testo) – sono stati minori, e quasi sempre necessari, “ritocchi” di una Carta rimasta sostanzialmente immutata: modifiche degli Statuti delle regioni speciali, della XIII disp. trans. e fin., revisione degli artt. 68, 79, ecc.
Per altro, nei quasi settant’anni di Repubblica trascorsi, non sono mancati i tentativi di una più organica riforma costituzionale: basti pensare alle Commissioni parlamentari Bozzi (1983-85), De Mita-Iotti (1993-94), al Comitato Speroni (1994), alla Commissione D’Alema (1997), fino al gruppo di 35 saggi nominati dal governo Letta (2013). Parimenti negli ultimi vent’anni si sono susseguiti ben 12 ministri per le riforme costituzionali: da M. Martinazzoli (1991) ad E. Boschi (2014). Accanto a personaggi chiaramente incompetenti (F. Speroni, U. Bossi, R. Calderoli) – che a ben vedere alla fine hanno solo ostacolato, più che favorito, il processo di riforma – non sono mancati autorevoli giuristi (L. Elia, G. Motzo, G. Amato). Ma nulla, o quasi, è cambiato.
Perché? Perché l’Italia è il Paese delle riforme promesse e non realizzate e qualche volta, forse peggio, delle riforme approvate e non attuate? Forse perché è anche il Paese della partitocrazia inconcludente, di un pluralismo esasperato, dei veti incrociati, delle lobbies sotterranee e  delle fortissime corporazioni (politici, pubblici dipendenti, medici, professori…) che bloccano tutto, impedendo anche solo ogni “tentativo” di innovazione.
Deliberatamente per ora non entro nel merito stretto dell’ultima proposta di riforma costituzionale – quella presentata dal Governo Renzi sulla revisione del Senato e del Titolo V – che chiaramente è, come tutte le umane cose, imperfetta, discutibile e largamente migliorabile.
Resto però allibito, se non interdetto, da alcune obiezioni che, direi pregiudizialmente, le vengono mosse da alcuni autorevolissimi colleghi giuristi (G. Zagrebelsky, S. Rodotà, L. Carlassare…): l’assurdità di un Senato non elettivo (in realtà elettivo di II grado) che pretende di partecipare al procedimento di revisione costituzionale (perché no?), il fatto che la riforma del Senato comporti la modifica di ben 40 disposizioni della Carta (davvero?), l’esistenza di un disegno istituzionale autoritario (dove?), ecc.
Si badi: non siamo qui di fronte al vecchio disegno di legge Berlusconi di revisione della Costituzione (2005), cassato dal corpo elettorale con un apposito referendum, contro il quale si era levata forte e alta la voce di Giuseppe Dossetti, uno dei padri nobili della Costituzione del 1948. Il contesto storico e politico è, ora, profondamente mutato e non accorgersene significa rischiare di non comprendere la necessità che il rinnovamento strutturale dell’Italia – politico, economico, giuridico – debba toccare pure la nostra Carta.
È chiaro – s’è già detto – che il disegno di legge costituzionale presentato dal Governo è largamente migliorabile: basti pensare all’inverosimile potere di nomina di 21 senatori da parte del Presidente della Repubblica. Tuttavia, complessivamente le critiche mosse sono fortemente opinabili e comunque senz’altro esagerate: per esempio, le 40 modifiche ad articoli della Carta lamentate sono quasi sempre meramente tecniche (ossia necessarie: semplice eliminazione del riferimento al Senato). La questione da ultimo accennata ricorda il terrore degli inglesi di fronte al c.d. Trattato costituzionale dell’Unione Europea, abborrito quale lesione della sovranità d’oltremanica, cui l’Europa rispose con perfida saggezza approvando poi il Trattato di Lisbona, che espungeva ogni riferimento all’aggettivo costituzionale, ma manteneva pressoché uguale (per il 96 %) il resto del testo precedente. Le vicende storiche ovviamente sono diverse, ma è chiaro che il problema non può essere l’astratto numero delle disposizioni toccate dalla riforma…
La drammatica verità è che – dopo il rimescolamento post-ideologico dei concetti di destra e sinistra – purtroppo cominciano ad apparire insignificanti anche parole come conservazione e progresso, svuotate di senso di fronte a nuove forme di massimalismo e intransigentismo, spesso ammantate di obiezioni tecniche. In effetti, di fronte all’ostinato immobilismo di alcuni, si può parlare di un vero e proprio conservatorismo costituzionale.
Insomma, il rischio è che la nostra bella Costituzione sia imbalsamata più che veramente protetta. In questo senso, l’atteggiamento – starei quasi per dire schizzinoso e saccente – di chi aprioristicamente  e ideologicamente si oppone alle riforme è davvero intollerabile. Invece, proprio perché amiamo la nostra Carta costituzionale, che ha reso un buon servigio al Paese, essa può e deve essere – laddove è necessario – coraggiosamente revisionata/migliorata.
Dire invece che si può cambiare… ma non troppo, o solo in “una” direzione, è un’operazione intellettualmente debole e storicamente perdente. Probabilmente questo è uno dei raricasi un cui veramente il meglio (incerto, domani) è peggio del bene (certo, oggi) .
Di questo passo quindi – siccome appunto il meglio (la riforma perfetta) è peggio del bene (la riforma imperfetta) – c’è il forte rischio che l’ammalato (l’Italia) muoia “prima” di aver sperimentato la cura (la riforma), visto che i medici (i professori) sono profondamente divisi sulla terapia da seguire.
Invece, con umiltà, dovremmo ammettere che – in materia di Costituzione – non esistono cure (riforme) perfette e medici (professori) infallibili.