Monday, 06 December 2021

L’Italia impazzita. Cercasi disperatamente sistema elettorale…

L’importanza, giuridica e politica, che in uno Stato riveste il sistema elettorale è fuori discussione perché esso incide direttamente, forse più di ogni altro fattore, sulla forma di governo. E, con sistema elettorale (in senso lato) naturalmente intendo – oltre L’importanza, giuridica e politica, che in uno Stato riveste il sistema elettorale è fuori discussione perché esso incide direttamente, forse più di ogni altro fattore, sulla forma di governo. E, con sistema elettorale (in senso lato) naturalmente intendo – oltre alla procedura di traduzione dei voti in seggi (proporzionale, maggioritario, misto, in tutte le innumerevoli varianti possibili:

26 giugno 1946: i deputati dell'Assemblea Costituente seduti ai loro banchi durante il discorso d'insediamento del presidente Saragat. “Probabilmente - spiega il costituzionalista Spadaro - già alla fine del primo ventennio di storia repubblicana (1946-1966), emergevano voci di dissenso sul sistema elettorale italiano, su cui invero la nostra Carta nulla espressamente dice”.


con o senza clausole di sbarramento, con doppio turno, ecc.) – almeno “altre” 4 variabili: 1) il tipo di voto (per uno o più candidati, solo di lista, di lista e per candidati, contemporaneamente – sia pure in un contesto diverso – ad entrambe le coalizioni in gioco: c.d. panachage); 2) il tipo di collegio (plurinominale, uninominale); 3) le cause di ineleggibilità/incandidabilità/incompatibilità; 4) le c.d. norme elettorali “di contorno” (par condicio, sondaggi, propaganda, ecc).
Probabilmente già alla fine del primo ventennio di storia repubblicana (1946-1966), emergevano voci di dissenso sul sistema elettorale italiano, su cui invero la nostra Carta nulla espressamente dice:  se ne chiedeva, perciò, la correzione o addirittura il cambiamento tout court. Negli ultimi trent’anni, poi, la discussione sulla necessità di un mutamento della legge elettorale, insieme al tema delle riforme costituzionali, è stata un “ritornello” ricorrente. L’insistenza con cui la questione è stata posta per decenni ha assunto toni da telenovela ed è stata facilitata dal fatto che – a differenza delle riforme costituzionali, che esigono un complesso procedimento di revisione della Carta (e, dunque, maggioranze più ampie) – per l’adozione di nuove norme elettorali basta una semplice legge ordinaria (e maggioranze semplici).
In realtà – essendo le norme elettorali per definizione tra le principali “regole del gioco politico” – si può ben dire che in sostanza esse abbiano natura cripto-costituzionale e debbano quindi essere approvate con il più ampio consenso possibile. Non solo: esse hanno una natura solo apparentemente procedimentale – dietro ogni procedura, infatti, si nasconde sempre un “fine” politico – e andrebbero adottate indipendentemente dal vantaggio contingente che, in astratto, sono in grado di fornire a questo o quel partito. Insomma, esattamente come nel caso delle norme costituzionali, non solo si dovrebbero scrivere nell’interesse di tutti, e con il più ampio consenso possibile, ma immaginando un arco di tempo ultradecennale per l’applicazione. Altrimenti detto: è assolutamente miope scrivere leggi elettorali ad hoc, che illudono di far conseguire risultati favorevoli nel momento in cui vengono approvate, perché – almeno in teoria – sono destinate a durare ben oltre la durata di una legislatura e a spiegare effetti che, nel corso del tempo, possono ritorcersi anche contro chi le ha promosse.

“In Italia abbiamo avuto ben tre sistemi elettorali diversi ed uno nuovo è in arrivo: dal 1946 al 1992 un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale; dal 1993 al 2005, per circa 12 anni, il mattarellum, un maggioritario plurality con collegi uninominali; dal 2005 al 2014 il porcellum: apparentemente proporzionale, con premio di maggioranza “senza soglia” su cui è caduta la mannaia della Corte costituzionale. Adesso è la volta del c.d. italicum: un sistema proporzionale con premio di maggioranza del 16 % per chi supera la soglia del 37 %.


Si tratta di considerazioni di buon senso, forse persino banali, che tuttavia quasi sempre sono state ignorate dalla nostra classe politica, sicché nell’Italia impazzita dalla periodica ansia di revisione elettorale (quasi sempre finalizzata a beceri scopi di parte) per tanti, troppi anni si è invocata l’adozione di “nuovi” sistemi elettorali, nella pia illusione  che il nuovo fosse sempre meglio del vecchio, nonostante un sano realismo (non un bieco cinismo) ci avesse messo sull’avviso, come si ricordava, che ogninuova procedura giuridico-elettorale non era politicamente neutra, anzi….
In breve, non solo la discussione sui sistemi elettorali negli anni è diventata una specie di stucchevole sport nazionale italiano, sia pure solo per addetti ai lavori (veri o finti che fossero), ma le cose non sono andate esattamente come previsto: è vero semmai che, di solito, il nuovo si è rivelato peggio del vecchio.
Sorvolando su sistemi elettorali di Regioni, Province, Comuni e per l’elezione del Parlamento europeo, ricordo che finora in Italia abbiamo avuto ben tre sistemi elettorali diversi – sarei tentato di dire progressivamente l’uno peggiore dell’altro – e ci accingiamo ora ad adottarne un quarto che, per l’assurdità dell’ultimo, necessariamente ci appare… migliore.
Questo, in estrema sintesi e senza eccessivi tecnicismi, l’iter seguito:
a) dal 1946 al 1992 abbiamo avuto un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale con collegi plurinominali e (anomalia tutta italiana per un sistema proporzionale) possibilità di scelta dei candidati, che aveva il difetto – non di incrementare la frammentazione politica (preesistentee solo “fotografata”), ma certo – di incrementare il clientelismo e non favorire gli accorpamenti politici, men che meno bipolari. L’Italia, tuttavia, con tale sistema – pur facendo l’esperienza di governi, in media, di breve durata – ha mantenuto un’encomiabile stabilità politica per più di quarant’anni;
b) dal 1993 al 2005, per circa 12 anni, abbiamo sperimentato, dopo i referendum promossi da Segni, il c.d. mattarellum, ossia un maggioritario plurality con collegi uninominali (per il 75 % dei seggi), appena ammorbidito – volendosi, in teoria, favorire le minoranze – da una quota del 25% dei seggi assegnata invece con metodo proporzionale, in astratto a svantaggio delle forze politiche vincenti con il maggioritario (c.d. scorporo),

Il costituzionalista prof.Antonio Spadaro


ma in realtà subito aggirato dalle stesse forze politiche maggioritarie attraverso un meccanismo fraudolento (c.d. liste fittizie o civetta), classica espressione di tipica furbizia e ipocrisia italica: «fatta la legge trovato l’inghippo». Nonostante questa e altre imperfezioni, tale sistema comunque ha garantito al centro-sinistra e centro destra di vincere e governare, pur nella perdurante incertezza sulla possibile diversa composizione delle due Camere;
c) dal 2005 al 2014, è la volta della l. n. 270/2005: il c.d.  porcellum. La legge venne, infatti, definita una “porcata” da uno dei suoi maggiori artefici: il dentista della Lega, Calderoli, che per hobby faceva anche il… costituzionalista. Si tratta di un sistema apparentemente proporzionale, con premio di maggioranza “senza soglia” (dunque assegnata a chi consegue anche solo la maggioranza relativa dei voti!!) e diversificato per il Senato (eletto su base regionale), con liste bloccate (quindi senza scelte delle preferenze) e ben 5 diversificate clausole di sbarramento (per Camera e Senato, partiti e coalizioni, e partiti all’interno delle coalizioni) – vero unicum mondiale – i cui vizi di incostituzionalità sono di gran lunga maggiori dei pezzi di normativa compatibili con la nostra Carta. Com’era prevedibile, almeno nel merito, la Corte costituzionale ha travolto – e stravolto – la relativa legge con la ben nota sent. cost. n. 1/2014.
Siamo ora alle prese con il quarto – per ora – tentativo italiano di legge elettorale: il c.d. italicum, progetto largamente imputabile al duetto D’Alimonte (Partito democratico) e Verdini (Forza Italia). Un sistema proporzionale con premio di maggioranza del 16 % perchi supera la soglia del 37 %, eventuale secondo turno di coalizione (senza soglia per acquisire il premio di maggioranza) e tre clausole di sbarramento (12 % di coalizione; 4,5 % per i partiti all’interno della coalizione; e ben l’8 % per i singoli partiti non coalizzati, percentuale assente nel resto d’Europa, sempre che non si consideri la Turchia un pezzo d’Europa).
L’italicum – ma invero non occorrevano soverchi sforzi… – appare chiaramente migliore del porcellum e quindi interrompe il ricordato “ciclo” dei progressivi peggioramenti della legge elettorale. Tuttavia – anche sorvolando sul fatto che la previsione di una “soglia” non esclude la possibilità che una minoranza di elettori decida l’assegnazione della maggioranza dei seggi (normalmente, infatti, le schede bianche e nulle non si computano) – chiaramente permangono dei  difetti.
Intanto – se non viene approvata, contestualmente alla nuova legge elettorale, la più complessa legge costituzionale di riforma del Senato – non viene garantita governabilità e stabilità politica, perché per la seconda Camera si andrebbe a votare con i “pezzi residui” della vigente legge elettorale, che è ben diversa dall’italicum, col rischio di dar vita a maggioranze diverse fra Camera e Senato stesso.
In secondo luogo, residuano forti perplessità sul sistema delle “liste bloccate”, che si può sanare solo a condizione che si restituisca il “diritto di scelta” all’elettore attraverso la previsione – con legge – di buone elezioni primarie, ossia chiuse (quindi limitate agli iscritti ai partiti) e obbligatorie (per tutte le forze politiche).
In terzo luogo, resta singolare e inverosimile la condizione dei piccoli partiti (inferiori al 4,5 %) che, nel sistema previsto, si limitano a portare acqua al mulino (voti dentro le coalizioni), senza trarne alcun vantaggio (seggi).
Infine, è difficile non esprimere dubbi di costituzionalità di fronte all’altissima clausola di sbarramento per il singolo partito (8 %), che praticamente esclude dalla rappresentanza politico-parlamentare partiti con milioni di votanti, destinati così ad essere considerati “extraparlamentari” (potenzialmente, se non “eversivi”, irrilevanti …).
Le perplessità ora sollevate lasciano intendere che la continua ansia italiana di riforma elettorale è tutt’altro che sopita. Il “Bel Paese”, anche sotto questo aspetto, non ha ancora trovato quiete.