Tuesday, 30 November 2021

L’Italia impazzita: “Regioni si, Regioni no”

Dopo un periodo di riflessione, ho accettato di tenere una rubrica “mensile” su Calabria on web per varie ragioni. Brevemente ne indico alcune: a) l’offerta del Direttore responsabile di questa testata online è stata cordiale e corretta: non solo mi è stata riconosciuta, com’è ovvio, la più ampia libertà di espressione, ma anche di scelta degli argomenti da affrontare; b) la rivista non è “di parte”, ma istituzionale; c) molti suoi servizi sono di sicura qualità; d) non nascondo, infine, la speranza che anche il mio piccolo contributo – in questa sede di natura non accademica, ma divulgativa – possaservire a qualcosa: formare qualche coscienza critica in più, indurre alla riflessione qualche operatore politico, ecc.

Palazzo Madama: il Senato della Repubblica dovrebbe diventare la Camera delle Regioni e delle autonomie locali


Ma, senza perdere altro tempo, vengo al tema di questo primo pezzo: Regioni si, Regioni no.
Mentre il mondo cambia dannatamente in fretta, il nostro Paese spesso sembra immobile, al massimo “arrancando” con fatica per non retrocedere ulteriormente in questa o quella statistica generale. A quest’immobilismo diffuso di un pezzo della penisola si accompagna, invece e paradossalmente, una imprevedibile, anzi sorprendente e stucchevole, capacità di cambiamento di un altro pezzo d’Italia.
Non intendo riferirmi soltanto alla sfera strettamente politica. In questo campo c’è l’imbarazzo della scelta. Basti pensare, a destra, allo sconcertante ritorno alla casa del padre Silvio (Berlusconi) del figliol prodigo Pier Ferdinando (Casini) e alla creazione improvvisa, da una costola del Popolo della Libertà, del c.d. Nuovo Centro Destra di A. Alfano, consumandosi invece in questo caso lo psico-dramma di un sofferto, ma calcolato, parricidio. A sinistra è sufficiente menzionare il clamoroso benservito dato dal segretario del Partito Democratico M. Renzi al Presidente del Consiglio E. Letta, dello stesso partito, forza politica che uno dei suoi esponenti ha definito in quest’occasione «una grande famiglia» (e confesso di avere pensato ai Borgia). Non mi riferisco, insomma, solo ai sorprendenti cambiamenti “interni” alla sfera politica: in fondo l’Italia è il Paese di Machiavelli, del gattopardismo e del doppio gioco, dell’arrivismo e dell’ambizione sfrenata del potere. In breve, è la patria tradizionale del trasformismo politico, s’intende: sempre ammantato dai più nobili ideali.

Il costituzionalista prof. Antonio Spadaro


Soltanto fino a qualche anno fa eravamo considerati addirittura a rischio di “secessione” e la Lega, il partito xenofobo e anti-sistema di Bossi e di Borghezio, scontenta del regionalismo, invocava l’indipendenza – anzi l’autodeterminazione – dell’(inesistente) popolo padano. Dunque, ben altro rispetto all’ampio, e purtroppo assai confuso, decentramento introdotto con la riforma del Titolo V della  Costituzione, non a caso troppo frettolosamente approvata da una risicata maggioranza di centro-sinistra. La Lega, in attesa dell’indipendenza del Nord, aveva ben pensato di dotarsi di istituzioni proprie parallele a quelle statali, in particolare di un parlamento padano, senza che emergesse il carattere intrinsecamente eversivo, sul piano costituzionale, di tali folcloristiche strutture. In questo quadro ultra-regionalista era persino incominciato il processo decentramento dei ministeri e, non potendosi far altro (la sicurezza è una cosa seria), si istituivano anche le prime ronde padane.… Cialtronerie italiche, si dirà: si, ma preoccupanti. Non pochi osservatori internazionali dell’epoca ipotizzavano che il cripto-federalismo all’italiana preludesse ai disastri belga (fiamminghi versus valloni) o spagnolo (indipendentismo basco).
Bene – come se nulla fosse di questo passato recente – ora la Lega è un partitino sempre più localistico e, praticamente quasi di botto, soprattutto dopo le riforme del Governo Monti, è incominciato un vero e proprio “tiro a segno” contro gli enti locali, in particolare contro le Province e le Regioni.
Mi rendo conto che – in materia di partiti, uomini politici e  Regioni – non si può, e non si deve, “fare di ogni erba un fascio”. Ma certo, e sorvolo sulle Province, proprio le Regioni – ormai in oltre 30 anni di vita – hanno fatto di tutto e di più per favorire questo improvviso cambiamento di fronte e di opinione pubblica. Anche qui c’è solo l’imbarazzo della scelta: possibile che una legge regionale su tre, in alcune Regioni, venga impugnata dal Governo e spesso poi dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale (era, fino  qualche anno fa, anche il caso della Calabria)? Possibile che occorra una legge per sostenere una banda musicale: dunque, tante leggi quante sono le bande della Regione (è la prassi, mi pare, in Abruzzo)?. Potrei, purtroppo, continuare nell’aneddotica.
Insomma, senza voler qui approfondiretroppo, va detto che gli scandali degli acquisti a fini privati compiuti da troppi consiglieri regionali – senza distinzioni fra Nord, Centro e Sud – con fondi pubblici dei gruppi consiliari è stata solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso; l’ultimo, clamoroso, autogol delle classi politiche regionali.
Insisto sul punto: parlo di “classi politiche regionali” e non di “Regioni”, perché le colpe delle une (classi politiche) non devono, almeno non dovrebbero, automaticamente essere riversate sulle altre (Regioni). Gli errori di alcuni uomini, infatti, non possono diventare i problemi di un’intera istituzione. Purtroppo, l’immagine dell’istituto regionale è talmente deteriorata nell’opinione pubblica che, oggi, parlar bene delle Regioni è divenuto politicamente scorretto. Si tratta, invece, di un ente giuridico originale, voluto da grandi italiani (Sturzo per tutti) e illustri costituenti (Ambrosini, Mortati, ecc.), che ha rappresentato un modello di felice decentramento per tanti ordinamenti in altri Paesi e che ha garantito un insostituibile livello di autonomia politica locale.
Riformare le Regioni è indispensabile; eliminarle (o anche solo svuotarle di senso, depotenziandone radicalmente le competenze) no. Bisogna quindi stare attenti a “non buttare il bambino insieme all’acqua sporca”. A tal fine, è così difficile accogliere una delle innumerevoli, e tutto sommato praticabili e ragionevoli, proposte di riforma/manutenzione dell’istituto ragionale “sfornate” negli anni dagli studiosi?
Ma l’Italia – intendo dire: gran parte dell’opinione pubblica italiana – sembra impazzita e, come dicevo, cambia idea con una radicalità e imprevedibilità sorprendenti, in un cupio dissolvi istituzionale che fa sostenere oggi una cosa (fino all’indipendenza padana) e domani il suo esatto contrario (fino a un neo-centralismo statale di dubbia costituzionalità). In entrambi i casi, si tratta, con ogni evidenza, di posizioni estremistiche, frettolose e pericolose, di fronte al valore costituzionale dell’autonomia, tipico di ogni vero Stato di diritto contemporaneo.
Riusciremo a superare il massimalismo delle comode semplificazioni anti-regionalistiche e trovare una soluzione “equilibrata”? E quand’anche riuscissimo a trovarla, siamo proprio sicuri che il problema di fondo sia istituzionale e/o costituzionale e non piuttosto etico-politico?