Saturday, 27 November 2021

Il "Pacchero d'argento" a suor Carolina Iavazzo

Un altro ‘pacchero d’argento’, lo schiaffo simbolico alle mafie ideato dal presidente della Commissione regionale contro la ‘ndrangheta Salvatore Magarò, per omaggiare una figura straordinaria.A Castiglione Cosentino, tra gli ulivi della Chiesa Madre SS. Nicolò e Biagio, è avvenuta la commovente premiazione di Suor Carolina Iavazzo, la più stretta collaboratrice dell’indimenticato Don Pino Puglisi. Lui,  il prete assassinato a Palermo nel 1993 e nella stessa città proclamato Beato il 25 maggio scorso davanti a una folla di centomila fedeli. Lei, la donna che in Sicilia coordinava il centro ‘Padre Nostro’ e che oggi è impegnata in Calabria nella difficile realtà di Bovalino.  Nel pomeriggio alle porte di Cosenza, caratterizzato dal sole, è stato tra i protagonisti l’Arcivescovo di Catanzaro e Squillace Vincenzo Bertolone, postulatore della Causa di beatificazione di Don Puglisi. A fare gli onori di casa il parroco Don Salvatore Buccieri e il sindaco Antonio Russo che nel suo messaggio di benvenuto ha introdotto il leitmotiv del dibattito, moderato dal giornalista Salvatore Bruno e ripreso anche dalle telecameredella Rai. Ovvero la riflessione sulla frase simbolo di Puglisi “Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”. Pensieri e parole riprese subito da Marco Amantea del Laboratorio politico-culturale ‘La Calabria che non c’è’, che ogni anno organizza il riconoscimento assieme a Magarò. Come a San Pietro in Guarano il deus ex machina ha preferito dare spazio agli altri. L’iniziativa è stata  intervallata dal Coro a cappella diretto dal maestro Gianfranco Cambareri del Conservatorio di Musica Fausto Torrefranca di Vibo Valentia guidato da Antonella Barbarossa.

Il giornalista Salvatore Bruno; Marco Amantea del Laboratorio politico-culturale ‘La Calabria che non c’è’; il sindaco di Castiglione Cosentino Antonio Russo; Suor Carolina Iavazzo; il consigliere Salvatore Magarò; mons. Bertolone


Ma ora riavvolgiamo il nastro, rivivendo gli interventi clou.
Monsignor Bertolone ha sottolineato che la Chiesa nel tempo non si è rivelata né cieca, né sorda né muta nella lotta alla mafia, ma c’è ancora moltissimo da fare. E che in ogni caso trent’anni fa era impensabile nominarla o radunare tanta gente. Bertolone ha affascinato gli astanti con una serie di citazioni, iniziando con l’elogio di Papa Francesco e della sua recente visita a Lampedusa.  Bertolone ha ripreso anch’egli la frase di Don Tonino Bello sulla Chiesa che deve contrapporre ai segni del potere il potere dei segni. Sua Eccellenza ha ricordato come il documento della Commissione Pace e Giustizia della Cei ‘Educare alla legalità’,  risalente al 1991, sia rimasto inascoltato ma sia ancora attualissimo. Secondo Bertolone la Chiesa deve intervenire nella politica, se ciò serve a creare esempi e aggregazione. Perché, senza voler giustificare chi ha intrapreso strade sbagliate, i valori ambientali e familiari giocano un ruolo importante nel nostro futuro. Il vero cambiamento, a suo dire, viene dal cuore e dalla fede.

Salvatore Magarò e Suor Carolina con il Coro del M° Cambareri


Ed è per questo che Bertolone ha definito “più di un miracolo” da parte di Don Pino Puglisi la conversione di un ragazzo  mafioso che frequentava da spia il Centro ‘Padre Nostro’ e di sera riferiva la sua giornata alla famiglia. Dopo l’assassinio del 1993, il giovane ha deciso di passare dalla parte dello Stato, dando un esempio immenso: “Privarsi della libertà per amore della verità”.  Nel corso del dibattito la mala politica è finita obiettivamente nell’occhio del ciclone. Suor Carolina Iavazzo dopo una battuta del tipo “vengo dalla Camorra perché sono napoletana, sono stata nella mafia e ora mi trovo nella ‘ndrangheta” ha dato da sè una serie di ‘paccheri’ forti al sistema vigente. Secondo la premiata, che ha ringraziato “il dottor Magarò” per l’iniziativa, nei territori della Locride dove attualmente opera “il primo latitante è lo Stato, nonostante ci siano ragazzi che hanno una grande voglia di cambiamento e ci sia l’esempio di Padre Puglisi che mi dà forza anche quando penso di mollare”. Più che di indifferenza o omertà, la donna ha spiegato che si tratta di paura e solitudine della gente rispetto al fenomeno criminale. Ed ha citato, tra gli applausi del pubblico, una frase di Martin Luther King: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti”. E Monsignor Bertolone ha parlato di una Calabria che deve rialzarsi e dare segni di speranza, rimarcando che sono circa 300mila i giovani su una popolazione di un milione e 800mila. Citando Ignazio Silone ha detto che solo quando capiremo che siamo tutti fratelli, credenti e non credenti, avremo cieli nuovi e una terra nuova. Suor Carolina Iavazzo ha ricordato il Beato, la sua voglia di sdrammatizzare, di scherzare sull’abitudine di fare ritardo ( “se dò appuntamento alle 9 e non arrivo per le 10, alle 11 potete andar via”) di non coinvolgere i collaboratori nelle tensioni con i mafiosi del quartiere popolare Brancaccio. Don Puglisi tornava spesso con gli occhi rossi e con il labbro spaccato, ma non si arrendeva mai. E anche dopo le intimidazioni più gravi, nel corso dell’omelia ebbe il coraggio di chiamare “bestie” i suoi persecutori. Monsignor Bertolone ha rammentato che l’iter, iniziato alla fine degli anni ’90,  si era bloccato per alcuni dubbi espressi. Ma dal  24 agosto 2010 , su input iniziale del Cardinale Romeo, lo stesso Bertolone ha iniziato il lavoro da postulatore dopo aver riflettuto da febbraio ad aprile di quell’anno. Il suo messaggio finale ha dato un senso all’evento di Castiglione: “Hanno ucciso un uomo, ma è nato un popolo”.