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Giovedì, 29 Luglio 2021

Quell’ultimo tempo antico

Gli zingari stagnari arrivavano di buon mattino, arrancando appresso a due asini agghindati di mille vistose civetterie e carichi della mercanzia: padelle, pignatte, pentoloni, palette per il fuoco, bracieri. Alla mano di mia nonna, assistetti al lungo traccheggio sul prezzo. Gli zingari stagnari arrivavano di buon mattino, arrancando appresso a due asini agghindati di mille vistose civetterie e carichi della mercanzia: padelle, pignatte, pentoloni, palette per il fuoco, bracieri. Alla mano di mia nonna, assistetti al lungo traccheggio sul prezzo. Ce lo portammo via infine, il braciere, di un rame lucente, non ancora imbrunito. Incastrava perfetto nel buco della corona circolare in legno.

Lo scrittore Mimmo Gangemi


Nelle sere d’inverno la famiglia si raccoglieva a cerchio attorno alla ruota del braciere, stipati da poter spremere olio. Apparteneva ai piedi del nonno, ingentiliti dalle calze rustiche ricavate dalla pasta del giunco, il diritto di tenerli sui bordi arcuati.

I piccoli attendevamo che gliadulti attaccassero con le storie che, benché trite e ritrite, calamitavano i nostri occhi sbarrati da una paura tutta da assaporare, mentre un moccolo di muco verdastro colava da qualche narice più distratta, e veniva risucchiato su appena l’unto percorreva le labbra e s’insinuava dolciastro nella bocca. Il nonno raccontava degli scurzuni, i serpenti con la testa di vacca che tante volte l’avevano aggredito, e mai sconfitto, tra gli ulivi.

Poi della Turca, sgozzata dal marito saraceno, dentro la macchina olearia lungo la fiumara, in una notte, senza luna e stelle, percossa dalla levantina, con l’acqua che sciamava di qua e di là e i tuoni che stavano appiccicati ai bagliori; le grida dello strazio doloroso erano rimaste imprigionate tra le mura del grande caseggiato in rovina; dopo più di un secolo non cedevano di rimbombare assordanti, purché fosse una nottata sferzata dalla stessa furia di allora; la ruota porziana, bloccata per impedirla alla spinta o dell’acqua che la lambiva o dei maledetti imprigionati lì, o di entrambi, cigolava i lamenti lugubri delle anime dannate incatenate alla terra; davanti al portone, un impiccato sospeso a mezz’aria ciondolava da una corda aggrappata a niente, se non al cielo, e faceva macabra mostra di sé a ogni lampo che squarciava le tenebre fitte del peccato.
S’era di buona, il nonno andava oltre e diceva della casa dov’erano vissute le suore. Abbandonata da un’eternità, vi campeggiavano gli spiriti inquieti che avevano burlato le monache – “teste di pezza” nel gergo dispregiativo del nonno, mai scoprii per quale malefatta – certe mattine facendole svegliare al piano di sotto dopo essersi coricate a quello di sopra, con i letti che chissà come avevano fatto a scendere le scale.

Capitava che, nel meglio, la voce gli si impastasse, che le parole rallentassero il ritmo e si distanziassero una dall’altra, che il suono degradasse fino a un fiato grosso e raschioso, come ostacolato da uno scaracchio in fondoalla gola, e che la testa gli si reclinasse di lato cedendo al sonno. Lo scuotevamo prima che il fiato grosso degenerasse in russata grossa, continua, con il fischio di ritorno, da cui sarebbe emerso solo per andare a stendere le ossa sul materasso riempito con lana di pecora. Fatica inutile: per la fine della storia, dovevamo fidare nella sera successiva. Così, capitava che essa fosse a puntate, come gli sceneggiati nelle televisioni arrivate nelle case dei ricchi.

Rivoli. Sono partito dal braciere e me ne sono andato per rivoli. Ritorno al braciere che, a pensarci oggi, era il surrogato proprio della televisione per noi ragazzi che vivevamo, in un paesino ai primi rialzi dell’Aspromonte, l’ultimo tempo antico, con i mutamenti sconvolgenti già dietro l’angolo e di cui non coglievamo le avvisaglie.

Il braciere, tante mani intirizzite sporte nel mezzo, una coperta stesa a imprigionare e indirizzare il calore, le donne castigate nelle gambe dai crocili, tumefazioni di un rosso acceso, sanguigno, per la rottura dei vasi capillari, le braci sottomesse alla cenere per allungarne la durata, la struttura cilindrica messa a protezione, dove si allargavano i panni ad asciugare e dove Melino, gracilino, malaticcio, dal fiato rantoloso – ogni suo respiro sembrava quello che non avrebbe restituito – morì perché lo assalì un lungo sonno mentre dormiva con la testa adagiata su quei panni, inalando una quantità d’ossido di carbonio fatale alla sua scarsa salute, e non perché lo tradì il cuore, nel sonno, senza che se ne accorgesse, senza che provasse dolore, come la pietà sparse nei vicoli.
Si era famiglia attorno alla ruota del braciere in quegli anni in cui ancora la seconda guerra mondiale gravava nell’animo di chi l’aveva combattuta, o pianta per un lutto, molto più di quanto dovrebbero gravare i ricordi. Appena prima che le braci s’immiserissero cenere, bisognava aggiungere pezzi di carbone e a noi ragazzi toccava il compito ingrato di maturarlo al punto giusto, fuori, con un ventaglio di vimini.

Anche a scuola, nelle aule rabberciate, utilizzate in attesa che nel pianoro in alto sorgesse l’edificio scolastico, c’era il braciere. Uno solo, e però dal balcone, sbrindellato di spifferi gelidi, ne entravano molti più di uno. Uno solo che doveva bastare per tutti. E invece accontentava il maestro e basta, ché finiva sotto la cattedra, tra le sue gambe. Era comunque coscienzioso, il maestro, dato che ci manteneva caldi lui, con ceffoni, bacchettate sui dorsi delle mani, scrollate per le orecchie da scollarci i lobi, ossequioso alle raccomandazioni delle madri che “menate, professore, menate” lo incitavano, convinte che le botte aiutassero a crescere meglio, che il legno si torce quand’è virgulto. Dal balcone penetrava la vita del paese. Di sotto, don Achille ingombrava di pancia e di cappello e accoglieva altezzoso gli inchini del popolino, profondi da rischiare che si bloccasse la schiena – anche a quella profondità era affidata la speranza di spuntare una giornata di lavoro tra le fila del bisogno, davanti al palazzo, in attesa di una pacca sulle spalle che la concedesse. E mastro Pascalino era sempre intento a molare la lunga sega, dente dopo dente, facendola scorrere sulla ringhiera in ferro del Corso.

Noooo, di nuovo i rivoli.
È il braciere che scava nella memoria. Perché incarna quell’ultimo tempo antico che vivemmo alla fine degli anni ’50, subito prima che la modernità e il benessere dessero una spinta al tempo fino allora più lento che altrove, a volte immobile, a volte immutabile da far sembrare i miei ricordi da ragazzo uguali a quelli di mio suocero, quasi trent’anni in più.

 

 

*Domenico Gangemi vive a Palmi, in provincia di Reggio Calabria.
Ha già pubblicato quattro romanzi con cui si è aggiudicato autorevoli premi letterari. Il suo ultimo lavoro, La signora di elleis island (Einaudi editore) è risultato particolarmente apprezzato da critica e pubblico.