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Giovedì, 29 Luglio 2021

Il vinaiodelle Calabrie

Giuseppe andò a controllare la vigna a metà luglio. Non era necessario, venticinque anni che comprava la stessa uva e mai una delusione. Poi, con don Giovannino, il padrone, stimava un'amicizia solida, non gli avrebbe rifilato una frega¬tura. Se insisteva, Giuseppe andò a controllare la vigna a metà luglio. Non era necessario, venticinque anni che comprava la stessa uva e mai una delusione. Poi, con don Giovannino, il padrone, stimava un'amicizia solida, non gli avrebbe rifilato una frega¬tura. Se insisteva, solo per far scialare l'occhio sul¬la distesa di viti che dalla collina si spingeva a ridosso della spiaggia, decorando la campagna di una gradevole geometria di filari.
Osservava con occhi da proprietario la vigna dove la sua uva si tingeva di viola sotto un sole che già arrostiva di buon mattino. Valutava la quantità prodotta, se era al passo con i tempi, se il clima l'aveva assecondata.
Era l’unica giornata di distrazione che a casa non gli rinfacciavano, convinti fosse una missione d’affari. Alla partenza, Mela, la moglie, era stata petulante, al solito, ordini secchi e perentori, i suoi: di controllare che i grappoli non avessero il mal d'acqua, di stare accorto a tutto – "sempre sigiliani sono" – di tirare sul prezzo, da farli cedere per svilimento. Parole con una punta di veleno che Giuseppe aveva accolto tentennando ogni tanto la testa ad approvare, per evitare che finisse a lite, mentre però fantasticava su pensieri solo suoi. Era tuttavia una lagna già sconfitta dall’abitudine a subirla. Non così quella con cui da un po’ ci scassava la devozione Antonia, la figlia, Antonella dal giorno che aveva messo piede a Messina, per la missione della laurea in Giurisprudenza. Si sentiva degradata dal mestiere di vinaio che in famiglia si perpetuava da generazioni, dalla cantina al piano terra della casa che abitavano, dagli avvinazzati che giungevano garibaldini e uscivano storpi, paralitici, imbalsamati, insudiciandola con lo sguardo e smozzicandole lordure messe loro in bocca dal vino. Giuseppe ne capiva la ritrosia. Ma dal capirla ad accettare di cambiare arte ci passava in mezzo il mare – Antonella doveva rassegnarsi. Sapeva che era la superbia del fidanzato a insinuarle simili sparate. Fidanzato... fidanzato è uno che fa l’ingresso in famiglia in pompa magna, con i genitori e con un mazzo di fiori, non uno che, incontrandosi per strada, salutava a stento, quando non riusciva a sottrarsi. Ma se credeva di poter fare i porci comodi suoi e di tirarla ancora a lungo...
No, via, arrasso, pensieri non adatti a un giorno di festa, si disse. E riprese a godersi la vigna. Più bella degli altri anni. L'uva era grossa e di un precoce viola. Sarebbe venuto un bel vino, forte e resistente. Se non fosse stato che aborriva il minimo rischio, non avrebbe aggiunto bisol¬fito per garantire la tenuta. Ma ci era costretto, anche perché in cantina aveva a che fare con bevitori esigenti. Se spuntava un po’ all’aceto, chi li sentiva? Colpa sua che li aveva abituati male, con un vino buono da averne affinato i palati. Per fortuna ne capivano fintanto che non raggiungevano lo stadio oltre il quale berne di pregiato o abbeverarsi con acido degli zingari stagnari assumeva l’identico gusto. Apposta Giuseppe teneva a portata di brocca l'altra botte, che di ugua¬le con il vino di Sicilia aveva solo il colore, ottenuto diluendo una sorta di ciofeca nera con onesta acqua di fonte. Per uno scrupolo eccessivo, dato che al bordo della tenuta alcolica non se ne sarebbero accorti nemmeno se lo avesse sostituito con uno bianco, o con camomilla d’annata.
Sapeva lui quanto gli costava mantenere la clientela. Non era sufficiente avere il vino migliore. Occor¬reva anche che lo proclamasse tale don Antoni, uno con nomea di grande competenza. Giuseppe non era convinto che ne capisse. Berlo, lo beveva, ec¬come se lo beveva. E lo teneva be¬ne. Masticarne era però un'altra cosa. Gli aveva visto prendere certe cantonate! Poco importava, tuttavia. Il paese si fidava e attendeva da lui la sentenza, prima d’approvvigionarsi. Apposta Giuseppe, per addolcirgli il palato, ogni anno gli inviava nottetempo due damigiane da cinquanta litri e cinque carte da cento euro. Condite da maledizioni di portata tale che, se avesse attecchito l’uno per cento, don Antoni era bell’e pronto per l’olio santo.
Dopo tutto questo, gli toccavano anche le lamentele della figlia. La scema faceva la schizzinosa, si vergognava, si turava il naso nobile acquisito appresso al comparuccio, che di nobile però nemmeno l’animo aveva.
Giuseppe tornò nella sua vigna di Sicilia quando l'uva era pronta per la raccolta, ai primi di ottobre.
"Quest'anno ne viene un vino…" apprezzò don Giovannino, con una mano roteata a cucchiaio e l’altra ad abbrancare le pendenze, incurante della pre¬senza della moglie.
Giuseppe, che in quanto a superstizione non gli era da meno, fece la stessa mossa. Lui, da den¬tro la tasca dei pantaloni. E più a lungo, perché non c'era da con¬tare granché sullo scongiuro di don Giovannino. Sapeva, il vinaio delle Calabrie, così l’avevano annomato i sigiliani, che non doveva avere attributi su cui fare af¬fidamento stando ai tradimenti della sua signora – lo aggiornavano gli operai della raccolta – che di anno in anno gli allungavano le corna. S’era mostrata disponibile pure con lui una quindicina di stagioni prima, quand’era verde e un pensierino lo valeva. Gli si era strusciata addosso tra gli stretti filari e gli aveva lanciato un’occhiata maliziosa che aveva arrostito l’aria già calda. Giuseppe l’aveva palpeggiata un po’. Giusto il tempo di rammentare che portava male dentro il vigneto. Poteva guastare l'uva. Sapeva di altri a cui era capitato. Non era il caso di mettere a rischio il pane della casa per una baldracca. Nonostante fosse successo poca cosa tra di loro, in aprile era comparso un leggero spunto d’aceto nella botte da trenta ettolitri. Giuseppe avrebbe giurato che la causa del danno era stata quel minimo di carne grassa dentro la vigna. Figurarsi che sarebbe accaduto se l’avesse distesa lunga in terra, tra i filari.
Una calamità peggiore poteva capitare ora per colpa della figlia. Perché pure stavolta la questione era di pelo: se sdegnava la cantina e il mestiere che ci era appiccicato, perché il giovanotto con cui se la intendeva – e chissà le sozzure che combinavano nella libertà degli studi universitari, uuuh, meglio non pensarci, ché gli saliva la pressione a mille – si sentiva degradato a imparentarsi con un vinaio.
Per fortuna, l'uva ebbe una buona resa di mosto e la gradazione alcolica venne alta. Un po’ di bisolfito, Giuseppe lo aggiunse ugualmente, in quantità da non avvertirlo al sapore e all'odore, solo la bocca un tantino amara al mattino, che avrebbero attribuito alla libagione abbondante. Mescolò anche una dose d'acqua: lasciarlo troppo robusto avrebbe recato danno alla salute degli avventori e alle sue tasche. E completò con la botta del mastro: il solito scaracchio lavorato a lungo, tra lingua, denti e palato, e sputato dentro, dal buco stappato in alto, per scongiuro, e per un maggior gusto, ché uno scaracchio dei suoi, modestamente…
A mezzo tra Natale e Capodanno spillò le pri¬me brocche, omaggio della casa ai clienti più affezionati – a loro doveva piacere, loro l’avrebbero bevuto e loro sarebbero stati la propaganda migliore. E l’annata partì.
Soddisfazioni dal vino. E disgrazia amara dalla figlia: era disperata, lacrime e veleno, e ingiurie al padre, non gli rivolgeva la parola e lo fulminava con occhi ristretti a fessura, per il giovane che voleva ritrarsi dall’impegno, causa la solfa di sempre: cantina e mestiere.
Come non bastasse, sul finire di marzo un avventore si la¬mentò con Giuseppe del vino. "S'è perso" gli spiattellò a muso duro.
"Chi s'è perso?" ringhiò Giuseppe, vaga¬mente consapevole che si riferisse al vino e certo d’una fandonia buttata lì per risparmiare sul conto.
"S'è perso, è guasto" ribadì quello. Gli al¬tri del tavolo lo affiancarono assentendo.
Giuseppe andò alla botte, spillò un bicchiere e rientrò beven¬do. "Che guasto e guasto. È speciale. È quello di sempre, è la vostra bocca di ubriaconi che è guasta. Bevete, bevete. Io di questo bevo tutti i giorni" ribatté risentito. Ma aveva notato anche lui un sapore strano, brutto, vomitevole.
Andò ad assaggiare quello che teneva in un’altra botte per il consumo della famiglia: buono, al solito.
Rientrando, non trovò i suoi ubriaconi abituali. Volati via sdegnati, dopo aver lasciato sul tavolo il prezzo del consumo.
Tornò a ricontrollare. Ne beveva un sorso e lo sputava: era acido. Non la resse. Scalciò quanto gli capitò a tiro, se la prese con i Santi del paradiso e con le anime del purgatorio. Poi, siccome all’animo umano sempre occorre qualcuno addosso a cui scaricare l’astio accumulato e la responsabilità, collimò con ferocia la figlia, convinto fossero state le sue maledizioni contro l’arte, insistite anni, che avevano attecchito a disgrazia. Si ritirò nella cantina deserta, dove smaniò, impre¬cò, non si dava pace. Finché stette male e crollò in terra.
Lo trovò la moglie, rantolante e con la schiuma alla bocca, disteso lungo, a ridosso della botte grande.
Giuseppe non morì. Ma rimase come morto, paralizza¬to, e senza la parola, non essendolo i mugugni, indecifrabili, tranne per la certezza che erano rabbiosi. Solo gli occhi non si arrendevano. Li roteava vigili e di fiamma, piantandoli sulla figlia, se c’era, sennò su niente.
"Ci lascia, ci lascia" lamentava disperata Mela a chi andava a far visita, spacciando il pianto su occhi più secchi d’una ventata di scirocco.

Giuseppe è mancato ieri, a sessantasei anni, dopo aver trascorso gli ul¬timi otto immobile su una poltrona a lato della finestra o disteso nel letto, in posizioni a orario per evitargli pia¬ghe.
Mentre lo vegliavano in attesa del respiro che non avrebbe restituito, la moglie raccontava che la sera precedente aveva spalancato gli occhi all’improvviso e inspirato forte dalle narici: aveva riconosciuto il lezzo dei primi mosti penetrato dalla finestra e se n’era colmato i polmoni, gli era anche riuscita una smorfia attorno alla bocca, che secondo lei era un sorriso.
Mastro Mico, muratore, accorso per primo a soccorrere, "pesa quanto un sacco di cemento" aveva stimato nel prenderlo in braccio per riporlo sul letto, facendo di pietà meraviglia, per come s'era ridotto.
Giuseppe sfumò alla vita tenendo gli occhi inviperiti addosso a quelli lacrimosi di Antonella, restituita Antonia dal ritiro fallimentare dall’università: se ne andava gonfio di rancore per la disgrazia dovuta allo scontento della figlia per la cantina, il vino e gli avvinazzati, che a suo pensare le avevano tolto un matrimonio con cui percuotere d’invidia.
Antonella era molto più in colpa di quanto ritenesse il padre. Infatti, avendo attribuito la fuga del fidanzato alla ritrosia d’imparentarsi a una famiglia con un mestiere degradante e non piuttosto a se stessa – figurava di più una pianta infracidita di fico d’india e s’era rivelata aspra e incorreggibile di carattere – aveva messo in atto un castigo sottile: la mattina svuotava nella botte il pitale colmo dell’orina della notte.
Non trovò da sposarsi. Neppure ebbe richieste, nonostante dopo la malattia del padre avessero ceduto l'attività.
Zitella inacidita, vive ignara e incolpevole.